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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il "fumo negli occhi" del Fondo Atlante

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Vediamo ora un altro nodo, quello delle Fondazioni bancarie, soggetto che si intende interverrà nel fondo con un quota pari a quella di Cdp, ovvero 500 milioni. Cosa si configura? Di fatto, si spingono le Fondazioni a rientrare nel capitale delle banche o, per chi non ci fosse, a entrarci con sempre maggior vigore per comprare azioni inoptate e crediti cartolarizzati, di fatto inesigibili e senza alcun criterio di mark-to-market efair value, anziché utilizzare i soldi sul territorio per erogare credito e gestire risparmio. Non male, in linea con quanto visto finora. Inoltre, Atlante dovrebbe concentrare le proprie attenzioni su quella parte di debito più problematica, quella che verrà cartolarizzata tramite l’utilizzo di strumenti subordinati o junior e quindi con un alto livello di rischio. In totale, le sofferenze non coperte dai fondi bancari sono 88 miliardi ma quelle che riguardano Atlante dovrebbero essere molto inferiori. Per quanto riguarda invece le necessità di capitalizzazione, ad oggi sono necessari quasi 5 miliardi per coprire i fabbisogni degli istituti attualmente sotto-capitalizzati.

Ma non basta, perché il principio base dell’operazione è che i soldi li metteranno banche e assicurazioni, il cuneo privatistico che farebbe allontanare qualsiasi possibile accusa di aiuto di Stato alle banche (l’ennesimo). Ma quali banche? Le più grandi ovviamente, leggi Unicredit e Intesa SanPaolo: le quali, però, da un lato non sono delle onlus e dall’altro hanno esse stesse problemi, in primis con i non-performing loans. Vuoi vedere che lo Stato, essendo scaltrissimo nella figura di Matteo Renzi e del suo giglio magico, farà passare - magari con un decreto notturno e l’etereo via libera di Maria Elena Boschi - una serie di sgravi e agevolazioni fiscali a banche e assicurazioni, il tutto proprio per garantirsi la loro operatività nel fondo? E in quel caso, non sarebbe aiuto di Stato, ancorché indiretto? Ovvero, soldi pubblici utilizzati per salvare istituti che la legge di mercato vorrebbe falliti o ridimensionati? Sia chiaro: senza un incentivo statale, perché soggetti privati già in balia di marosi come quelli attuali dovrebbero salvare gli altri? Per la stabilità del sistema? E fino a oggi cosa c’è stato in ballo, se non la stabilità del sistema? Non mi pare ci siano stati gesti di enorme e disinteressato supporto.

E poi di quale sistema stiamo parlando, di quello di Banca Etruria? Oppure di quello di Monte dei Paschi? O di quei galantuomini della Banca Popolare di Vicenza, candidati al Nobel per la fisica avendo tramutato un titolo azionario in carta igienica? Per quale motivo al mondo le Opere Don Bosco e la cassa previdenziale dei geometri dovrebbero entrare in un’operazione finanziaria che ha profili di rischio molto alti? In quale mondo malato si chiede a un ente benefico o di previdenza professionale di acquistare npl e inoptati? Perché non la Caritas, la prossima volta? O il Banco Alimentare? Vi faccio una domanda, cervelloni del governo: se nessuno sul mercato si avvicinerebbe volontariamente a un titolo di Popolare di Vicenza o di VenetoBanca a meno di promesse stellari e di una tuta batteriologica, perché dovrebbero entrare nel patrimonio di quei due istituti un ente benefico e uno professionale? Perché c’è il regalino dopo per il bravo bimbo? Altra spiegazione non ne vedo, altrimenti sia Don Bosco che geometri avrebbero comprato quei titoli prima, sul mercato, se pensavano che fossero un investimento redditizio e sicuro.