BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ La crisi americana in vista delle elezioni

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Stando allo studio del Pew, i cittadini spendono più ora di quanto non facessero nel 1996, una volta aggiustato il dato con l’inflazione. Il cittadino medio ha visto crescere le sue spese di oltre il 25%, salendo da 29.400 dollari del 1996 a 36.800 dollari del 2014. Il problema, però, è che tra il 2004 e il 2008, i redditi medi sono saliti solo dell’1,5%, mentre le spese medie dell’11%, tanto che in quell’arco temporale la ratio spese/reddito è salita del 9%. Ma c’è di peggio. Nel 2004, i cittadini a basso reddito potevano contare, al netto del pagamento di tutte le spese, di un residuo di reddito di 1.500 dollari, mentre nel 2014 quella cifra è calata di 3.800 dollari, spedendoli in rosso di 2.300 dollari. Ovviamente, questa mancanza di flessibilità finanziaria minaccia la sicurezza dei cittadini a basso reddito nel breve termine e la loro mobilità economica nel lungo termine.

Il grafico ci mostra poi come i cittadini Usa al centro del range di distribuzione reddituale - la cosiddetta true middle class - abbiano visto i loro redditi post-spese calare dai 17mila dollari in termini reali del 2004 ai soli 6mila dollari del 2014, un calo del 65%. La ragione? I costi per l’affitto incidono più pesantemente sulle fasce a basso reddito: mentre infatti la parte alta del range reddituale spende circa il 15% per l’affitto, nella fascia bassa si arriva a spendere quasi il 50%. Una famiglia media di quattro persone (due adulti con reddito e due bambini) ha visto aumentare il proprio reddito di circa 10mila dollari tra il 1996 e il 2014 e le spese annuali sono salite più o meno dello stesso livello, spinte verso l’alto soprattutto da affitti e cibo. Peccato che nel medesimo arco temporale, la ratio spese/reddito sia salita dal 71% al 75%, di fatto paralizzando il budget di quelle famiglia, le quali quindi consumano unicamente beni di primaria necessità e senza risparmiare quasi nulla.

I ristoranti di tipo casual dining, ovvero non fast-food ma nemmeno di lusso (quindi quelli dove cena la stragrande maggioranza della casse media), hanno vissuto tre letture negative di fila da inizio anno, con il dato di marzo addirittura in calo del 3%, un qualcosa di mai accaduto dalla crisi finanziaria. Peccato che il Pil Usa si basi al 70% sulle spese per consumi, ecco quindi spiegato l’anemico 0,3% di crescita previsto dal GDPNow della Fed di Atlanta per il primo trimestre di quest’anno. Non a caso, commentando il dato sulle richieste iniziali di disoccupazione, la Challenger&Gray ha fatto notare significativi aumenti dei licenziamenti legati al commercio al dettaglio e al settore dei computer, senza contare che dopo le revisioni delle linee di credito che le banche effettueranno nel mese di aprile, il comparto energetico quasi sicuramente darà vita a tagli occupazionali, sempre che il prezzo del greggio non risalga e velocemente.

Nel primo trimestre di quest’anno, i licenziamenti annunciati sono stati 185mila contro i 140mila dello stesso periodo del 2015. A marzo nel comparto manifatturiero si sono persi 29mila posti di lavoro, il peggior dato dal dicembre 2009 ma, in compenso, sono stati creati altri 25mila posti di lavoro tra baristi e camerieri, portando il totale di questa categoria al nuovo record di 11.307.000 lavoratori. Negli ultimi 14 mesi sono stati creati 365mila posti di lavoro nel comparto food&drink services, mentre nella manifattura ne sono andati persi 24mila.


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >