BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Prezzo del petrolio, occhi puntati su Usa e Turchia

InfophotoInfophoto

E cosa ci dice questo? Semplice, che per quanto a Doha sia andato in scena l'ennesimo scontro proxy tra Iran e Arabia Saudita, la realtà è che il mitologico ribilanciamento delle dinamiche di domanda e offerta a livello globale dovrà per forza passare dai membri non-Opec, ovvero dallo shale statunitense, stante i dati di produzione da record della Russia e la non volontà politica di Putin di cedere a pressioni internazionali proprio in questo momento. Ma ciò che è uscito, sottotraccia, dal vertice fallito di Doha è anche la lista di chi pagherà potenzialmente il prezzo maggiore all'attuale impasse

In primis, la Turchia, Paese non produttore e anzi totalmente dipendente dall'import a livello energetico ma attore geopoliitco di prima grandezza in questo momento, sia in Siria che nella gestione della questione migranti. La Turchia oggi è energeticamente debole e la sua debolezza è stata testimoniata da un articolo apparso su Oilprice, dal quale si evince che le sanzioni di Mosca hanno portato molti problemi ad Ankara, «ma ancor maggiori difficoltà la Turchia le vivrà per il buon esito dell'operazione militare russa in Siria, la quale ha distrutto tutte le prospettive del settore energetico turco». Dopo il conflitto con la Russia, la situazione dell'economia turca è diventata poco invidiabile. Dal 2002 la Turchia dipende fortemente dal gas e dal petrolio russo e, allo stesso tempo, Ankara è un po' preoccupata per il fatto che le sue relazioni nel settore energetico con gli altri Paesi siano poco sviluppate. Nella speranza di ridurre la sua dipendenza energetica dalla Russia, infatti, la Turchia aveva firmato un accordo sulle forniture di gas dal Qatar, peccato che il gasdotto tra i due Paesi sarebbe dovuto passare attraverso la Siria, l'Iraq e il territorio curdo. E con Assad ancora in sella e l'Isis, su cui si era puntato, in ritirata, le speranze turche di un cambiamento degli equilibri sono a zero. 

Guarda caso, a gennaio di quest'anno Ankara ha importato per la prima volta gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, per l'esattezza 83 milioni di metri cubi, circa il 7,15% del consumo nazionale totale. Ma lo shopping è proseguito anche in Qatar (437 milioni di metri cubi), in Algeria (468 milioni) e in Nigeria (171 milioni): peccato che Ankara dipenda, per il proprio gas, per il 60% dalla Russia e per il resto da Iran e Azerbaijan. Hanno fatto male i calcoli. Insomma, gli equilibri sono in modalità di rimescolamento, ma sembra emergere una certezza: saranno ancora gas e petrolio a guidare le mosse dei protagonisti. 

Tanto più che nessuno crede al raggiungimento del mitologico bottom e alla sostenibilità macro del rally che si è sostanziato il mese scorso, frutto unicamente di ricoperture forzate di posizioni short grazie a continue speculazioni e rumors sul mercato. Tanto più dopo quanto emerso il 23 marzo, giorno in cui la produzione di petrolio russa ha sfondato un nuovo record post-sovietico, arrivando a 10,92 milioni di barili. Insomma, mentre si parla di congelamento della produzione in sede Opec, due principali esportatori al mondo, Arabia Saudita e Russia, hanno già l'output ai massimi. E la Russia non intende fermarsi, visto che la Reuters ha reso noto che «Mosca intende esportare verso l'Europa nel mese di aprile il quantitativo massimi di petrolio dal 2013, questo nonostante l'accordo globale per un congelamento della produzione per far alzare il prezzo del barile».