BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SPY FINANZA/ Prezzo del petrolio, occhi puntati su Usa e Turchia

Infophoto Infophoto

E come ha risposto il ministro dell'Energia russo, Alexander Novak, a chi gli chiedeva conto della notizia? «La discussione riguarda soltanto il congelamento della produzione. E non l'export». Alla faccia della pantomima di Doha. Questo significa che nel mese in corso, oltre al maxi-carico iraniano verso l'Asia, ci saranno sul mercato altri 2,4 milioni di tonnellate di petrolio extra, destinate a far aumentare una saturazione che è già di 3 milioni di barili al giorno di sovra-fornitura. E se nonostante l'ammorbidimento del bando sull'export petrolifero di inizio anno le esportazioni statunitensi sono calate del 5% (325mila barili contro i 342mila dei primi tre mesi del 2015), i guai peggiori per gli Usa potrebbero arrivare dal grafico di Bloomberg (il primo a fondo pagina), il quale ci mostra come la scorsa settimana si siano registrati 5 default corporate negli Usa, portando il totale da inizio anno a 31, il livello più alto dal 2009, quando furono 42 le aziende ad andare a zampe all'aria. Tra le ultime cinque, spicca la Peabody Energy Corporation e questo potrebbe essere solo l'inizio, visto che ad aprile nel settore energetico Usa si svolge la stagione delle redeterminations con le banche, le quali potrebbero far evaporare la liquidità del comparto, volendo tagliare di netto la loro esposizione. 

Detto fatto, le ditte non sarebbero più in grado di rifinanziare il debito con emissioni equity e un'ondata di default potrebbe sommergere il comparto. E il secondo grafico ci mostra la delicatezza della situazione, ovvero la nuova strategia che i ribassisti stanno utilizzando per shortare il petrolio attraverso posizioni short sui titoli azionari della banche regionali più esposte e presenti nel Kbw Regional Banking Index. Le quali, in media, hanno visto salire le scommesse ribassiste del 35% da inizio, ma nel caso delle texane Cullen/Frost Bankers Inc. e Prosperity Bancshares Inc. registrano addirittura un +60%. 

E, in effetti, la cronaca sembra confermare i timori. È della scorsa settimana la notizia che la Chesapeake Energy è riuscita a mantenere la sua base di credito nei confronti di un consorzio bancario, 4 miliardi di dollari, legato a un accordo di revolving credit facility a scadenza 2019. Ma come hanno fatto a ottenere quel risultato, visto il prezzo del petrolio che non si muove dalla sua banda di oscillazione 38-42 dollari? Semplice, in cambio del mantenimento della linea di credito esistente, Chesapeake ha accettato di postare come collaterale ulteriore il 90% dei suoi giacimenti di gas, il patrimonio immobiliare e i contratti derivati. Insomma, si è svenduta alle banche. Le quali, in effetti, stanno diventando sempre più attente e il perché ce lo l'ultima tabella, dalla quale desumiamo che gli istituti Usa esposti verso il settore energetico hanno un vaghissimo problemino di prestiti non finanziati e coperti, qualcosa come 147 miliardi di dollari di perdite potenziali. E in cima alla lista, ecco le big: Citi, Bank of America, Wells Fargo e JP Morgan. Senza contare gli istituti più piccoli e le banche internazionali, altri soggetti che siedono placidamente su prestiti a rischio per miliardi. 

Non a caso, alcune banche durante le revisioni delle linee di credito che stanno avendo luogo in questi giorni, hanno negoziato con le aziende del comparto delle clausola cosiddette anti-cash-hoarding, ovvero ogni extra-cash deve essere utilizzato dalle compagnie per ripagare il debito sulla linea di credito ottenuta. Non guardate a Iran e Arabia se volete capire le dinamiche petrolifere, né tantomeno alla Russia: occhi puntati su produzione e default negli Usa e sulle mosse geopolitiche della Turchia. 

 

 

© Riproduzione Riservata.