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SPY FINANZA/ Prezzo del petrolio, occhi puntati su Usa e Turchia

Pubblicazione:martedì 19 aprile 2016

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Com'era ampiamente preventivabile, nulla di fatto. La maratona negoziale di Doha tra produttori di petrolio Opec e non-Opec non è servita a nulla, l'accordo per congelare la produzione di greggio non è stato raggiunto. E se in gran parte era stata proprio l'aspettativa di un'intesa a sostenere la ripresa del Brent, risalito fino a sfiorare i 45 dollari al barile la settimana scorsa, dopo essere crollato in gennaio sotto 30 dollari (ai minimi da 13 anni), gli speculatori avevano già fiutato l'aria e nei giorni scorsi si erano già posizionati sul mercato delle opzioni in modo da lucrare sui prevedibili ribassi. 

Due le criticità: primo, la bozza che ha fatto da canovaccio alle discussioni prevedeva una stabilizzazione dell'output sui livelli di gennaio, fino a ottobre. Ovvero, acqua fresca a fronte della saturazione monstre del mercato. Secondo, l'assenza dal tavolo negoziale di uno dei principali players del momento, ovvero l'Iran post-sanzioni. Ed è stato infatti proprio il nodo Iran a far naufragare le trattative, con l'Arabia Saudita che si è messa di traverso: nessun freno alla produzione se Teheran non avesse fatto altrettanto. Ma non solo, come già detto, gli iraniani a Doha non sono nemmeno andati, dopo aver chiarito senza possibilità di equivoci che non avrebbero collaborato, bensì hanno lanciato segnali inequivocabili nel verso opposto. 

Se infatti il ministro iraniano dell'Energia, Bijan Zanganeh, aveva addirittura definito «ridicola» la pretesa di convincerlo, sono i numeri a parlare chiaramente: stando a dati Bloomberg della scorsa settimana, tankers con a bordo 28,8 milioni di barili di greggio, più di 2 milioni al giorno, hanno lasciato i porti del Golfo Persico nei primi 14 giorni del mese di aprile. A marzo, quel dato era a 1,45 miloni di barili al giorno. In parole povere, le spedizioni petrolifere iraniane sono salite di oltre 600mila barili al giorno questo mese, di fatto ponendo una pressione quasi insostenibile non solo sulla saturazione presente sul mercato, ma anche sulle reali potenzialità negoziali di Doha. Mettendo questi numeri in prospettiva, 600mila barili sono esattamente il calo patito giornalmente dal comparto shale statunitense dal picco dello scorso anno, il tutto ovviamente a causa del crollo dei prezzi e, con esso, la chiusura forzata e in modalità palla di neve degli impianti estrattivi. 

E dove sta andando quel petrolio iraniano? Sempre stando ai dati di Bloomberg, la gran parte di quei milioni di barili di petrolio appena estratto sta andando verso la Cina, la quale ha fatto il pieno per tutto il mese di aprile in ossequio alla politica di riempimento delle sue riserve strategiche, mentre sono ripartiti anche i flussi verso il Giappone, dopo l'alt quasi totale registrato nel mese di marzo. E l'Iran sta beneficiando anche di alcuni problemi all'interno dei membri Opec, se è vero che Iraq e Nigeria insieme hanno patito un calo combinato di 90mila barili al giorno, stando agli ultimi dati della International Energy Agency. 


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