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Economia e Finanza

FINANZA/ Le nuove svendite che trasformano l'Italia in Grecia

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Poco più a Sud c'è il Monte dei Paschi di Siena, 23 miliardi di sofferenze figlie dell'antica "malagestio", banca oggi invece ben gestita ma a corto di capitali: il Tesoro salirà in estate dal 4% al 7%, ma servono un paio di miliardi (almeno) di aumento di capitale e non si è visto finora chi possa metterli se non qualche altro Apollo di turno.

Il quadro bancario del resto è tutto mercé degli stranieri. In Veneto, ad esempio, Veneto Banca e la Popolare di Vicenza sono alla vigilia di due aumenti di capitale monstre, caldeggiati e anzi imposti dalla Bce, che "pesano", insieme con quello in arrivo per la nascente aggregazione tra il veronese Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano, circa 3,75 miliardi di euro, che nessun socio italiano sembra avere, o comunque aver voglia di mettere in gioco. Chi, se non qualche bestione straniero, potrà intervenire a trasfondere sangue monetario nelle flosce arterie di Vicenza e Veneto Banca? All'appello dovrebbe arrivare per prima la Banca popolare di Vicenza, e a oggi il "garante" Unicredit non sa con chi suddividere l'onere del miliardo e mezzo di euro da trovare, avendo esso stesso una situazione patrimoniale sana, ma delicata… E a ben guardare il loro azionariato attuale è già più estero che italiano, perché ai primi posti tra i soci di capitale di queste banche cooperative in procinto di diventare (o appena diventate) società per azioni ci sono appunto fondi internazionali. Come accade del resto perfino in Unicredit. 

Ci sono poi le quattro "good bank" nate dalle ceneri del fallimento (pardon, adesso si dice con parola garbata "risoluzione") di Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti: sono in vendita, quale acquirente italiano potrà mai comprarsele?

In un Paese la cui Confindustria ha appena varato la sua autoriforma secondo i dettami di un imprenditore, Carlo Pesenti, che ha appena scelto di vendere agli stranieri (ancora tedeschi) il gruppo di famiglia che pure andava bene e non aveva alcun bisogno di essere venduto… quali capitali privati potranno mai essere suscitati, e da quali tasche, per contribilanciare il deflusso di patrimoni aziendali verso l'estero?

È quel che si è concretizzato palesemente in Telecom Italia, del resto, con la presa di potere del colosso francese Vivendi: che se non altro fa sul serio… ma sempre straniero è.

E non lasciamoci intontire da chi blatera che una proprietà straniera è identica a una nazionale ai fini del benessere economico di una nazione. È falso, innanzitutto perché quando l'azienda va bene i suoi dividendi defluiscono verso tasche estere e non si fermano entro i nostri confini; e poi perché quando l'azienda va male, le logiche che ne dettano la ristrutturazione rispondono prioritariamente a esigenze esterne all'Italia prima che a quelle interne. Chiedere alla Parmalat per farsi raccontare come si sente dopo tre anni di gestione francese.

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COMMENTI
02/04/2016 - svendite (Pierluigi Assogna)

Forse la colpa, invece che del solito governo, è dei nostri "imprenditori", o "capitani coraggiosi" che i soldi invece di usarli per "scomprare" queste aziende, li usano per giocare a zecchinetta o chi sa per cos'altro, per poi poter berciare che l'Italia è in svendita. Abbiamo una classe imprenditoriale che fa ...

 
02/04/2016 - commento (francesco taddei)

la difficoltà delle aziende italiane è che per anni hanno risposto ad una logica di consenso e frammentazione. gli utili invece che reinvestiti per un prodotto sempre più innovativo servivano per politica e consenso. la nostra generazione paga gli errori di quella precedente. forse con una direzione straniera al comando si aprirà una visione di sviluppo estranea fino ad ora.