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Economia e Finanza

GEO-POLITICA/ Terrorismo, la "zona d'ombra" pericolosa per l'Europa

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Ed ecco arrivare un primo punto di contatto con il sondaggio condotto tra i giovani del mondo arabo: l'85% di chi si arruola nelle fila dell'Isis, lo fa per ragioni economiche e solo tra il 6% e il 23% di chi parte verso la Siria e il nord dell'Iraq è mosso da una spinta religiosa. «I foreign fighters sono il più grave problema legato alla sicurezza che l'Europa dovrà affrontare nei prossimi dieci anni», sostiene Dick Schoof, coordinatore nazionale dell'anti-terrorismo olandese. E gli attentati perpetrati da cittadini europei su suolo europeo sono inevitabilmente destinati ad alimentare un circolo vizioso di radicalizzazione e risposte violente spontanee. 

Questa nuova generazione presenta un'età media decisamente bassa, è meno educata ai precetti religiosi e la sua azione si colloca in un contesto più simile a quello della delinquenza giovanile e delle gang di strada. La stragrande maggioranza ha precedenti penali per reati di piccola criminalità: furti, rapine, spaccio di droga. Si tratta per lo più di ragazzi che vivono alla periferia di una società europea percepita e vissuta come senza un futuro, tanto che la loro spinta ideale è verso la disperata ricerca di una causa da adottare. Qualunque essa sia, soprattutto se estrema. Per il politologo francese Oliver Roy, infatti, non si tratta di una «radicalizzazione dell'Islam, ma piuttosto di un'islamizzazione del radicalismo». 

Il linguaggio diretto e semplice dello Stato Islamico permette ai suoi seguaci l'individuazione precisa di un colpevole designato e una giustificazione a combattere ciò che più odiano, la mancata integrazione, la reale o percepita marginalizzazione da una società che li rifiuta, la disoccupazione, la povertà, il precariato, la ghetizzazione, spesso però anche auto-inflitta, come ci hanno mostrato le immagini del quartiere di Molenbeek a Bruxelles. In questo senso il desiderio di andare a combattere in Siria e in Iraq più che rispondere a un obbligo religioso sembra una risposta emotiva a un senso di ingiustizia percepito nel proprio Paese. 

Ed ecco il pericolo maggiore, più ancora dell'Isis in sé: la zona grigia di consenso silenzioso di cui gode il fondamentalismo islamico è enorme, un qualcosa che rende il paragone con il supporto indiretto a Brigate Rosse o Raf in ambienti scolastici o di lavoro negli anni Settanta e Ottanta qualcosa di residuale. 

Partiamo da un calcolo a spanne, tutt'altro che scientifico. Al mondo ci sono circa 1,6 miliardi di musulmani, poniamo quindi al 10% la quota di quelli favorevoli all'idea di Califfato e lotta contro gli infedeli: siamo a 160 milioni di persone. Di questi poniamo che solo il 10% sia pronto al jihad, quindi 16 milioni di potenziali terroristi. Di questi, solo il 10% è pronto a passare dalle parole ai fatti: sono 1,6 milioni di persone pronte a tutto nel nome della causa islamica. Non sono tantissimi. Ma neppure pochi. Vediamo ora qualche numero. Stando a un report della ComRes commissionato dalla Bbc, il 27% dei musulmani britannici ha simpatia per il commando che ha attaccato la sede di Charlie Hebdo a Parigi. Stando a un sondaggio Icm realizzato per Newsweek, il 16% dei musulmani francesi supporta apertamente l'Isis e il numero sale al 27% nella fascia 18-24 anni. Ecco spiegato perché in decine di scuole francesi il minuto di silenzio per le vittime di Charlie Hebdo fu interrotto da studenti islamici che protestavano.