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SPY FINANZA/ Le notizie oscurate dai "manovratori globali"

Dilma Rousseff (Infophoto) Dilma Rousseff (Infophoto)

Per Anthony Simond, analista di investimento alla Aberdeen Asset Management, «l'Argentina ha uno dei team economici migliori di tutti i mercati emergenti e hanno la potenzialità di trasformare l'economia. Certo, non sono ancora stati messi alla prova, quindi ora il Paese deve pagare parecchio per finanziarsi, ma siamo positivi». D'altronde, parcheggiare denaro, garantendosi un coupon del 7,5% non fa schifo di questi tempi, anzi. Casualmente, questo entusiasmo ricalca quello che circondò l'emissione greca di due anni fa. Ed esattamente come in quel caso, la domanda preliminare per la carta sovrana argentina è già oggi alle stelle, visto che l'order book ha già raggiunto qualcosa come 40 miliardi di dollari di controvalore, ovvero è sovra-sottoscritto di tre volte. E attenzione, perché per creare ulteriore attrattiva e aspettativa, il ministro delle Finanze argentino, Luis Caputo, ha detto che questa sarà l'unica emissione di debito del Paese fino al 2017, questo mentre gli investitori già scommettevano su uno stock superiore ai 18 miliardi annunciati. 

Grecia 2.0? Il grafico a fondo pagina ci dice che se così fosse - e i precedenti e le somiglianze ci sono tutte - allora sarebbe il caso di attendersi un bel -25% del prezzo di emissione del bond, visto che dopo due anni il bond ellenico che prezzava un rendimento del 5% oggi è già sopra il 10%, con un valore di 86 centesimi sul dollaro. Sicuramente, prima di chiudere l'order book, il ministero delle Finanze argentino aspetterà che le richieste di sottoscrizione superino quota 50 miliardi di dollari, ma state tranquilli: tra un anno, forse meno, sapremo se il destino di quei bond sarà simile a quello ellenico. Occhio, quindi, se qualche promotore zelante cercherà di appiopparvelo, in perfetto stile Banca Etruria. 

E veniamo ora al terzo esempio, il quale parte da un dato: lunedì l'indice Dow Jones ha chiuso sopra quota 18mila punti per la prima volta dallo scorso luglio. Insomma, un mercato pazzesco, peccato che ci sia qualcosa che non va. Per l'esattezza, due cose. Primo, l'altro giorno Bank of America-Merrill Lynch ha reso noto il suo report settimanale e abbiamo scoperto che i suoi clienti, dagli hedge fund ai retail, sono stati venditori netti di equities per la dodicesima settimana di fila, questa volta per un controvalore di 1,36 miliardi di dollari. Quindi, se la cosiddetta smart moneyvende, chi compra? Due categorie, le aziende che si indebitano per operare buybacks di proprie azioni, almeno si ottengono i target prices e scattano i bonus e il parco buoi, quello a cui stanno vendendo la balla del mercato in rally sostenuto dalla ripresa e dai fondamentali. 

La seconda criticità è rappresentata dl secondo grafico, il quale ci mostra come negli Usa i default da inizio anno abbiano già superato il totale del 2009, questo nonostante il mercato azionario sia vicino ai massimi storici. E il problema non è solo per i detentori di obbligazioni di quelle aziende, visto che stiamo parlando di 46 aziende andate in default in meno di quattro mesi (37 delle quali con base negli Usa), stando a dati di S&P Ratings Services. E se le ultime in ordine di tempo sono state l'azienda chimica Vertellus Specialties, il produttore di acciaio Cliffs Natural e il produttore di articoli da surf Pacific Sunwear, è il comparto energetico a fare la parte del leone, visto che le quotazioni del greggio sempre basse hanno ridotto i margini all'osso e portato l'indebitamento a livelli non più sostenibili. Gli ultimi del comparto a gettare la spugna sono stati Peabody Energy e XXI Energy, portando i default mensili di obbligazioni spazzatura a quota 14 miliardi di dollari, record dal 2014 secondo i calcoli di Fitch. 

Ma anche il mese scorso il bollettino di guerra delle aziende americane legate allo shale era stato pesante, con sette aziende fallite e il conseguente default di junk bond per 12,3 miliardi di dollari, oltre a 4,1 miliardi di leveraged loans. Se ci allarghiamo al primo trimestre di quest'anno, le compagnie finite in default sono state 21 (contro le 8 dello stesso periodo del 2015) con un debito complessivo di 31,4 miliardi di dollari (più del quintuplo rispetto ai 4,8 miliardi del primo trimestre 2015). Siamo ancora lontani dai paurosi livelli post Lehman, con i 76,6 miliardi di dollari finiti in default nel primo trimestre 2009 o i 55 miliardi del secondo trimestre 2009, ma la direzione direzione purtroppo è quella. Tracce nei telegiornali o sulla grande stampa?