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SPY FINANZA/ Le due nuove bolle "made in China"

Pubblicazione:lunedì 25 aprile 2016

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C'è però un problema ulteriore, perché mentre Pechino cerca di sgonfiare un bolla, ne sta gonfiando altre due. La prima è ancora una volta quella azionaria, visto che tre settimane fa sono state molto ammorbidite le limitazione sul margin debt, chiaro invito a scommesse speculative, quasi quanto accaduto la scorsa estate non avesse insegnato niente a casalinghe e venditori ambulanti improvvisatisi Gordon Gekko. La seconda, invece, è direttamente legata a quanto ci dice il grafico a fondo pagina, ovvero al fatto che il 2016 è cominciato con un crollo delle vendite di auto del 44%, il crash sequenziale più grande di sempre e del 50% più ampio di ogni altro calo nei record storici. Insomma, se da un lato questo dato ci dice che c'è qualcosa di profondamente rotto nell'economia cinese, dall'altro ci dimostra come questa debolezza potrebbe riverberarsi non poco sul settore negli Usa, già alle prese con l'aumento esponenziale dei mancati pagamenti nel credito al consumo subprime e delle scorte e anche in Europa, dopo che venerdì Volkswagen ha presentato conti daannus horribilis. Il gigante tedesco ha chiuso in rosso il 2015 per l'impatto del dieselgate:?VW ha subìto l'anno scorso un perdita lorda consolidata di 1,3 miliardi di euro e un passivo netto di 1,58 miliardi, rispetto agli 11 miliardi di utile del 2014.

A pesare è stato il maxi-accantonamento da 16,2 miliardi di euro per far fronte agli oneri del dieselgate. Il fatturato del gruppo è salito l'anno scorso a 213,3 miliardi di euro (+5%?rispetto ai 202,5 miliardi del 2014), con un risultato operativo rettificato di 12,3 miliardi, in lieve calo rispetto ai 12,7 miliardi dell'anno precedente. Tenendo conto dell'accantonamento, il risultato operativo è anch'esso in perdita per 4,1 miliardi. Ironia della sorte, il dividendo non è stato annullato ma tagliato del 97%, a 0,11 euro per ogni azione ordinaria e 0,17 per ogni privilegiata. Unite a questo, l'inchiesta annunciata da Daimler sulle modalità di certificazione delle emissioni sui veicoli commercializzati negli Usa, lo scandalo Mitsubishi sui meccanismi di alterazione di due minicar e le perquisizioni presso la sede di Peugeot da parte della polizia anti-frode, fino all'annuncio che le case tedesche richiameranno 630mila auto per modificare il software che gestisce le emissioni dei motori diesel e capite che anche solo una frenata di un mercato primario come quello cinese potrebbe tramutarsi nella proverbiale palla di neve che diventa valanga.

C'è poi un'altra criticità, decisamente pittoresca, ma che dovrebbe far riflettere parecchio i vari banchieri centrali del mondo, i quali sono certi che quando si arriverà allo showdown finale dell'enorme schema Ponzi dei tassi sotto zero, la Cina lancerà un mega-Qe - in forma di stimolo puro o di taglio con l'accetta dei requisiti bancari di riserva - e salverà il globo alla fine che meriterebbe di fare. Finora, infatti, Pechino si è limitata a colmare il buco del credito con interventi spot e mirati, quasi tutti operanti sui requisiti bancari al fine di evitare la stampa diretta alla Pboc e tramutando le banche commerciali, di Stato e non, in liberatrici di credito e liquidità. Ora, però, c'è qualcosa che potrebbe togliere quella ipotesi anche dal tavolo meramente teorico ed è la pork inflation, ovvero l'inflazione legata all'aumento del prezzo (ormai ai massimi record di sempre) del bene di consumo principale della Cina, cioè la carne di maiale.


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