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SPY FINANZA/ Le due nuove bolle "made in China"

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Stando all'ultima rilevazione della Usda riguardo l'outlook su questo bene di consumo, la produzione mondiale di carne suina vede in previsione un calo dell'1% al 109,3 milioni di tonnellare rispetto allo scorso anno. Siamo a un -2% rispetto alle stime dello scorso ottobre riguardo all'output suino, stando a dati della Ahdb. E questo calo va tutto ascritto alle serie sfide che sta affrontando il primo produttore al mondo di carne di maiale, la Cina appunto, la cui economia è in rallentamento, nonostante il tasso annuale ufficiale sia ancora al 7%. Ma la profittabilità della produzione interna, unita al complesso tema della regolamentazione ambientale, ha portato Pechino a rallentare i ritmi di questa produzione così sensibile, portando a un netto aumento dei prezzi, sia al dettaglio che all'ingrosso.

E questo grafico ci mostra quale sia il peso e l'impatto dell'aumento del prezzo della carne di maiale sull'indice composito Cpi dell'inflazione cinese. Ed ecco quindi il cortocircuito che si sostanzia, perché la fornitura rallentata di questo bene, la quale dovrebbe essere normalmente il driver per politiche di stimolo monetaria, sta causando però l'aumento dei prezzi, dinamica che manda automaticamente in soffitta l'ipotesi di stimolo, perché da che mondo è mondo non si combatte l'inflazione tagliando i tassi. In parole povere, non aspettiamoci iniezioni salvifiche di liquidità broad-base in Cina (ovvero taglio monstre dei requisiti di riserva o vero e proprio Qe), poiché in un mercato ultra-sensibile e interconnesso come quello attuale, la reazione politica è sempre nel focus di chi investe: e un azzardo in ambiente inflattivo, al netto delle bolle già presenti sul mercato, potrebbe sancire il suicidio del progetto cinese di trasformazione della società da produttrice a consumatrice.

 

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