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Economia e Finanza

GIOVANNI BAZOLI/ Il "passo" pronto dopo l'addio a Intesa Sanpaolo

Ieri insieme al passaggio dal sistema di governance duale a quello monistico, Intesa Sanpaolo ha visto il saluto di Giovanni Bazoli. Il commento di MARIO CARDARELLI

Giovanni Bazoli (Infophoto)Giovanni Bazoli (Infophoto)

"Ora serve il passo verso l'Europa" (G. Bazoli). Devo confessare la sorpresa nel leggere non tanto quello che, bensì come, la stampa ha scritto oggi sulla svolta che ha segnato in Intesa Sanpaolo (primo gruppo creditizio finanziario in Italia e terzo in Europa) il passaggio dalla governance duale a quella monistica. Questa svolta, avvenuta sotto la guida sapiente di Giovani Bazoli, ha prodotto il ridisegno degli organi di governo e di controllo e ha registrato al contempo della fine del  Consiglio di sorveglianza della Banca l'uscita del suo Presidente.

Per questo evento, già annunciato e noto in precedenza, si è creata una risposta mediatica che non ha messo al centro dell'attenzione la Banca, ma Bazoli stesso. E la sua dipartita da Intesa Sanpaolo è stata colorata con i toni delle rievocazioni e delle commemorazioni, come se si fosse trattato della binomica fine di "Un Uomo - Un'Era", a mo' di tombstone.

È vero che il percorso di Giovanni, detto affettuosamente Nanni dagli amici più stretti e dai collaboratori, chiamati però colleghi (dando testimonianza del suo stile e delle sue convinzioni) ha segnato la più grande trasformazione del sistema bancocentrico prima, e di quello creditizio e finanziario poi; durante e dopo la Seconda Repubblica. Ma è altrettanto vero che, pur sua nella genetica riservatezza e a dispetto della veneranda età, al pari del passato, Giovanni Bazoli può dare ancora molto ai giovani, al Paese e alla classe dei banchieri presente ora.

Io sono una di quelle persone, non giovani, non propriamente banchieri, ma sicuramente attive per il proprio Paese. Giovani di allora che si sono arricchiti di quell'esperienza piccola o grande che sia, condividendo con lui alcuni dei momenti clou che hanno segnato al contempo, la politica, la finanza, la giustizia e le prospettive di un'Italia trasformatasi velocemente e talvolta cruentemente a partire dalla fine degli anni '70.

Nel suo messaggio di saluto, che ho ricevuto ieri alle 15:24, leggo "Credo  si possa comprendere, è un momento per me di grande emozione, poiché segna la conclusione di oltre un trentennio di attività al servizio della nostra banca: era infatti il 1982 quando l'allora Governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi e il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta mi spinsero ad accettare la sfida di rilanciare il Nuovo Banco Ambrosiano. Il cammino percorso da allora è stato lunghissimo, denso di soddisfazioni per gli straordinari traguardi raggiunti. È forte in questo momento in me la tentazione di ripercorrerne le varie tappe, ricordare i passaggi più significativi, compresi i momenti più difficili. Non lo farò: mi limito a dire che è stato compiuto un percorso e sono stati raggiunti traguardi che non erano immaginabili".

Difficile dire il contrario essendo l'emozione legata ai percorsi e i percorsi legati alle persone. E posso assicurare che la condivisione con lui dell'appartenenza o (che a dir si voglia) del riferimento all'area culturale e politica non ha creato condizioni di avvicinamento utilitaristico, bensì empatia capace di coniugare la mia timidezza alla sua riservatezza, che ho sempre definito ieratica. Ma in verità molto combattiva nel difendere principi e nel promuovere  istanze. Combattiva di quello stampo cattolico d'avant garde da Romolo Murri, a Maritain e a Sturzo, ma rimodulata con la dimensione politica degasperiana, rafforzata in quella non negletta a Mino Martinazzoli, ma capace d'insospettire Beniamino Andreatta più che Giovanni Goria.