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SPY FINANZA/ Grecia e Spagna, le nuove mine per l'Europa

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In precedenza, il monarca aveva incontrato il leader del Psoe, Pedro Sanchez, che lo aveva informato che anche di una proposta in extremis fatta martedì mattina non aveva raccolto il sostegno necessario. E ancora una volta il socialista ha accusato in particolare il leader della formazione post-indignados Podemos, Pablo Iglesias, e il premier uscente Rajoy, di non avere voluto formare un governo di coalizione, per la loro mancanza di volontà. Impassetotale, ma una certezza prende piede: dopo trent'anni di bipolarismo pressoché perfetto e monopolistico, la diarchia Pp-Psoe è finita, visto che alle urne lo scorso dicembre insieme hanno ottenuto il numero di consensi combinati più basso dagli anni Ottanta, in piena offensiva terroristica dell'Eta. 

E ora guardate il primo grafico a fondo pagina, ci mostra come il mercato obbligazionario sovrano, nonostante gli acquisti onnivori della Bce, stia già prezzando una nuova instabilità nel Paese e, soprattutto, il rischio che la questione catalana mini alle fondamenta la stabilità del sistema politico spagnolo, già di per sé estremamente frammentato. Già, perché giova ricordare come a novembre il Parlamento catalano abbia votato una risoluzione per dare il via alla fase preparatoria di una repubblica indipendente. L'ex premier spagnolo, Mariano Rajoy, fu tassativo: «La Catalogna non si separerà da nulla». Cinque mesi abbondanti e un'elezione generale dopo, la scena politica spagnola però è il totale disastro che vi ho descritto e che ha costretto il Re a rimandare il Paese alle urne. Un sondaggio di fine marzo di Metroscopia pubblicato da El Pais faceva notare che i Popolari erano al 26%, i Socialisti al 23%, Ciudadanos al 19,5% e Podemos al 16,8%. Quindi, anche tornare al voto potrebbe non servire a nulla: ingovernabilità totale, a meno di accordi sottobanco, magari imposti dall'onnipresente Ue che non intende avere due rogne da gestire (Grecia e Spagna), quando c'è il Brexit da scongiurare, in piena stagione di sbarchi e con il rischio libico incombente. 

Peccato che nel silenzio generale, la Catalogna stia dando vita a un gioco parecchio pericoloso. Eh sì, perché nonostante Draghi stia sopprimendo artificialmente lo spread sovrano spagnolo, questo non solo sta risalendo, ma un default regionale sarebbe un dramma per Madrid. E cosa hanno fatto a Barcellona? Hanno avanzato un piano di estensione della scadenza su 1,8 miliardi debito catalano, atto che però necessita del via libera di Madrid dopo il salvataggio del 2012 e da quelle parti hanno immediatamente puntato i piedi contro questa ipotesi. E siccome la Catalogna ha già mancato i pagamenti su almeno due prestiti bancari, ecco che Barcellona vuole che Madrid fornisca il denaro necessario per i pagamenti che andranno a scadenza quest'anno sotto forma di aiuto. E siccome questa è l'ultima cosa che un detentore obbligazionario vuole sentirsi dire, ecco cosa è accaduto sul finire di marzo, come ci mostra il secondo grafico. Ma non solo, visto che stando a El Mundo e a fonti governative, Standard&Poor's non esiterebbe a mettere la Catalogna in stato di default selettivo se la situazione non si sbloccasse in tempi brevi. 

Quindi, la Spagna ha due scelte: o dare il via libera all'approvazione dell'estensione delle scadenze su quel debito oppure pagare lei. Senza contare che tra aprile e maggio Dbrs, l'agenzia di rating canadese grazie alla quale il debito del Portogallo ancora beneficia dell'investment grade, metterà in revisione proprio il rating lusitano. Se per caso diventerà junk, addio acquisti della Bce e nuova crisi immediata per anche per Lisbona. 

Tanti auguri Europa, nei hai davvero bisogno stavolta. 

 

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