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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La nuova "guerra" dei produttori di petrolio

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E non solo l'Arabia sta sfruttando il momento, visto che le informazioni relative all'import di marzo parlano di arrivi anche da Iran, Venezuela e Brasile. Stando a dati di Oilchem.net, il tasso operativo delle piccole raffinerie della provincia di Shandong è salito al 51,84% della capacità nella settimana terminata il 22 aprile, questo perché molteteapot hanno completato la manutenzione e hanno ricominciato la produzione. Ma quanto pesa la domanda di petrolio delle raffinerie indipendenti? Tanto, perché l'attuale tasso operativo medio del 50,42% è parecchio più alto del 37,72% di un anno fa, sempre stando a dati di Bloomberg. E la guerra per accaparrarsi questo mercato così onnivoro di greggio è in atto, proprio ora: il numero di supertankers in viaggio verso la Cina è infatti al massimo da 16 mesi, parliamo di 83 super-petroliere, il massimo da dicembre 2014 e, stando alle capacità standard dei cargo, sono in grado di trasportare a destinazione circa 166 milioni di barili. 

Il grafico a fondo pagina mette in prospettiva l'attuale fame di petrolio della Cina. Per adesso, quindi, la sola domanda cinese sta tenendo impegnati i maggiori produttori al mondo, ma c'è un'anomalia da tenere bene da conto: questa settimana la gran parte delle teapot cinesi, ovvero il principale driver dell'import, si fermeranno per lavori di manutenzione (chi li ha già terminati rappresenta una percentuale di non più del 30-35%), proprio come molte raffinerie negli Usa e quindi le importazioni potrebbero subire un calo. A quel punto, seppur in maniera temporanea, si creerebbe la pericolosa situazione di um mondo di produttori che aveva scommesso sulla domanda senza fine e sempre in aumento dalla Cina e che invece dovrà affrontare un surplus di offerta che rischia di restare sui tankers in attesa che le raffinerie indipendenti riaprano. 

Il problema è che in quel medesimo lasso di tempo, la produzione di giganti come Iran, Arabia e Russia non cesserà o diminuirà, ma, anzi, continuerà imperterrita verso nuovi record. Rendendo ancora peggiore la saturazione già in atto. Mercoledì il WTI ha rotto la soglia psicologica dei 45 dollari al barile, facendo ringalluzzire molti rialzisti, i quali hanno anche citato una nuova variabile a favore del proprio ottimismo. In ossequio all'austerity imposta al Paese, tra cui un weekend di cinque giorni per i dipendenti statali, il presidente venezuelano Maduro ha infatti decretato il razionamento dell'energia elettrica nel Paese, un qualcosa che potrebbe portare a un calo della produzione petrolifera e quindi a un effetto placebo rispetto alla percezione del mercato di sovra-offerta. 

Stando a calcoli effettuati dal Financial Times, infatti, la disponibilità irregolare e ridotta di energia potrebbe portare a un calo di produzione tra i 100mila e i 200mila barili, meno del 10% dell'output giornaliero del Venezuela lo scorso anno, stando a dati Opec. Ma attenzione, perché i più pessimisti (che io chiamo realisti) hanno già risposto a questo ottimismo da razionamento con quello che è stato ribattezzato fracklog trigger, ovvero il detonatore del fracking, la tecnica utilizzata per ottenere lo shale oil statunitense.