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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La nuova "guerra" dei produttori di petrolio

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Stando all'analista di IG a Melbourne, Angus Nicholson, «una volta che le valutazioni risalgono e si avvicinano a quota 45 dollari al barile, c'è il rischio di un ritorno alla produzione di massa negli Usa, poiché a quel prezzo anche i pozzi che hanno ridotto la produzione o si sono proprio fermati, vedono l'operatività tornare profittevole a livello dibreak-even. Questo porterebbe a nuova offerta sul mercato, esattamente quanto accaduto lo scorso anno, quando un aumento della produzione colpì il mercato dopo un aumento dei prezzi e successivamente le valutazioni crollarono». E di che potenziale stiamo parlando? Circa 500mila barili in più al giorno, solo nel Usa, pronti a riversarsi sul mercato, stando a dati del Bureau of Energy Resources. 

E non pensiate che solo il mondo arabo stia patendo gli effetti fiscali dei prezzi bassi del petrolio, visto che il grafico a fondo pagina ci dimostra come il governo norvegese abbia rotto il suo porcellino, ovvero l'enorme fondo sovrano del Paese, per tamponare il deficit di budget 2016, un trend cominciato nell'ottobre dello scorso anno e più terminato. Solo nel mese di marzo, Oslo ha "prelevato" dal suo bancomat petrolifero qualcosa come 898 milioni di dollari, portando i prelevanti da inizio anno a qualcosa come 3,1 miliardi di dollari, un tasso molto più alto di quanto preventivato solo a febbraio dalla Banca centrale. 

Tanto per darvi le dimensioni, il Norwegian Sovereign Wealth Fund non è solo il fondo sovrano più grande del mondo, ma negli scorsi anni ha talmente beneficiato delle alte valutazioni del petrolio da potare il suo valore di mercato alla fine del 2015 a qualcosa come oltre 900 miliardi di dollari. Una scelta che ha mosso parecchie critiche a livello interno, tanto che la portavoce del partito socialista, Snorre Valen, ha dichiarato che «il governo sta rompendo il salvadanaio a danno delle generazioni future». Il problema è che il budget del Tesoro norvegese era basato sulla valutazione del petrolio a 53 dollari al barile per quest'anno, un cifra ancora distante dai prezzi attuali e che potrebbe vedere il Fondo obbligato a vendere assets per finanziare i programmi di governo che altrimenti sarebbero fatti a deficit. Ma con le possibili anomalie ribassiste che gravano sul mercato e di cui abbiamo parlato prima, la situazione potrebbe peggiorare da qui all'estate per i conti di Oslo. I quali, ovviamente, non sono da fallimento, ma ci fanno capire la portata del problema, se un Paese ricco come la Norvegia e detentore di un fondo da record da sei mesi di fila continua ad attingere al suo bancomat sovrano per tamponare i buchi di mancate entrate fiscali. 

 

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