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CONSIGLI NON RICHIESTI/ La "scaletta" pronta per il Def

Il Governo nei prossimi giorni dovrà presentare il Def e il Pnr, due documenti importanti per i conti pubblici e la politica economica. Il commento di GIUSEPPE PENNISI

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

È venuto il momento di tirare le somme e fare programmi per il futuro. Aprile porta con la primavera due acronimi ormai entrati nella galassia delle sigle: il Def (Documento di economia e finanza) e il Pnr (Programma nazionale di riforme). Un tempo si trattava di un documento unico “La relazione previsionale e programmatica” che veniva approvata il 30 settembre unitamente al disegno di legge finanziaria. Ora il semestre europeo comporta un grado di parallelismo tra i testi programmatici di quasi tutti i Paesi dell’Unione europea e un esame quasi congiunto del consolidamento di finanza pubblica e dei programmi degli Stati membri per il perseguimento degli obiettivi a medio termine e dell’Ue e dei singoli Stati.

Sotto il profilo economico, il consuntivo non è tale da indurre a stappare bottiglie di champagne. I più recenti dati Istat indicano che dopo una tremula ripresa si è ancora sulle soglie di una recessione che potrebbe diventare deflazione di lungo periodo o della “stagnazione secolare” di cui gli economisti hanno ripreso parlare. Sono particolarmente preoccupanti i dati sui prezzi al consumo che nel breve termine (su base mensile) segnano un impercettibile aumento (0,2%), ma se raffrontati a 12 mesi fa mostrano una contrazione. Ciò vuol dire che in attesa di ulteriori ribassi, i consumatori e gli investitori ritardano le loro decisioni, tanto più che dopo circa dieci “anni difficili” i redditi familiari si sono ridotti e gli imprenditori faticano a mantenere in funzione gli impianti delle loro aziende e non ne programmano ampliamenti.

E su questo quadro cupo che si stagliano Def e Pnr. Non lo si deve imputare unicamente al quadro mondiale: nell’eurozona in termini dei principali indicatori siamo i penultimi della classe, superati in negativo unicamente dalla Grecia. Questo esito deludente non è da attribuirsi interamente al Governo. Non è stato il solo a peccare di ottimismo: negli ultimi 14 anni (secondo un’analisi del Centro Studi Impresa Lavoro) ben 11 volte è stata sovrastimato l’andamento dell’economia reale (con le conseguenza di finanza pubblica che si possono immaginare). Indubbiamente, tuttavia, ha influito l’avere dato la priorità alle riforme istituzionali che sempre e comunque comportano un rallentamento dell’economia stimato mediamente in cinque anni (per l’esigenza di metabolizzare le nuove regole). Occorre una sferzata a favore delle riforme economiche e sociali.

In primo luogo, è essenziale il consolidamento della finanza pubblica con una riduzione sia in termini assoluti, sia in rapporto al Pil tanto della spesa di parte corrente delle pubbliche amministrazioni quanto dello stock di debito pubblico. Per quanto attiene al debito pubblico non sono mancati i suggerimenti (dalla conversione della rendita, all’accelerazione delle privatizzazioni, al disboscamento del “capitalismo regionale e municipale” dove pullulano le partecipate inutili). Ciò comporta, specialmente per la spesa pubblica di parte corrente, una spending review basata su elevati standard internazionali derivanti a loro volta da una teoria economica forte.