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PANAMA PAPERS/ Le ipocrisie di Usa e Ue sull'evasione fiscale

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Undici virgola sei: è la percentuale del Pil italiano 2011 che il nostro Paese avrebbe perso in termini di minori entrate fiscali grazie alla forza e alla pervasività della rete mondiale dei paradisi fiscali. Il dato emerge dai "Panama Papers", cioè quel colossale malloppo di documenti (in metrica digitale, 2600 gigabytes, quanto basta a contenere 3000 film di 90 minuti ciascuno!) che un "pool" internazionale di giornalisti investigativi ha iniziato a rendere noto col contagocce da quarantott'ore. Gettando i potenti della terra in un panico forse più enfatizzato dai media che reale, visto che -come già è accaduto col primo Wikileaks - alla fine queste mega-inchieste verità fanno, più che altro, volare qualche straccio…Ma comunque interessante da osservare.

Dunque, accingendoci a gustare - si fa per dire - uno stillicidio di rivelazioni scandalose che ci accompagneranno per i prossimi giorni, se non per le prossime settimane, siamo in grado di capire se qualcosa resterà, dopo che il polverone si sarà posato? Ripartiamo - per provarci - da quel numerino magico dell'11,6%, riferito all'Italia (terzo Paese in questa poco edificante graduatoria dopo Russia e Brasile, ovvero dopo un regime para-dittatoriale e dopo un regime anarcoide). Ebbene, quel numero significa 190 miliardi di euro di tasse evase. Se si assume che le tasse evase siano un terzo del reddito nascosto, il maggior Pil italiano sarebbe del 33% abbondante. Di nuovo, se si assume che il dato sia gonfiato per eccesso del 300%, e se la sua parte autentica - un terzo! - rientrasse nelle casse dello Stato, significherebbe aver risolto tutti i nostri problemi: col deficit pubblico, con la Germania, con il welfare, con i migranti…

Possibile? Possibile sì. Ma prima di tentare di spiegare il perché, sgombriamo il campo da qualche equivoco: è fatale, matematico e anche divertente (per certi versi) che le prossime concitate giornate cronistiche si focalizzeranno più che su questo dato, e gli altri simili, sulla caccia all'evasore. In un gioco di mezze verità, mezzi falsi e mezze rivelazioni, su questo o su quest'altro nome, che in Italia è già cominciato, con il più sorprendente dei tre "pesci grossi" resi noti che ha già seccamente smentito di aver mai avuto a che fare con Panama: Luca di Montezemolo.

E allora diciamo al riguardo che l'ex presidente di Fiat e Confindustria merita ogni credito su questo fronte e non va considerato reo fino a prova contraria, ma contemporaneamente ricordiamo anche che la sua sbandierata e passionale fede tricolore era già stata ampiamente smentita dal "made in China" delle felpe Fiat lanciate per fare "brand" quando lui sedeva al vertice del Lingotto; o dalla vendita agli americani che il suo fondo Charme ha deciso di fare del gioiello italiano Poltrona Frau; o ancora dal nitido episodio - citato da Giancarlo Perna nel 2013, in uno dei suoi ritratti al vetriolo - di quando "a metà anni Novanta, Luchino era responsabile della Juventus, versò per l'acquisto di Dino Baggio quattro miliardi in nero su un conto svizzero. A denunciarlo ai giudici, fu lo stesso beneficiario e presidente del Torino, Gian Mauro Borsano. Montezemolo evitò la condanna per evasione fiscale grazie a una provvidente amnistia".

Voltiamo pagina. Ciò che si può considerare già emerso senza ombra di dubbio dai "Panama papers" è che il sistema del business internazionale - a guida americana - è ancora profondamente radicato nell'evasione fiscale e nell'opacizzazione dei capitali, con buona pace dei periodici rigurgiti di "maquillage" con cui soprattutto gli statunitensi amano riverniciarsi la coscienza: vedasi l'offensiva contro le banche svizzere. Le quali alla fin fine hanno sopportato di buon grado l'obbligo del "desclosing" dei loro clienti americani impostole dalla Casa Bianca perché, perdendone mille, ne acquisivano intanto 1100 dalla Cina, dall'India, dai Paesi arabi e da tutto il Far East emergente dei nuovi ricchi che non vogliono nemmeno pagare le poche tasse di casa loro.


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