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SPILLO/ Il “boomerang” di Stato e banche sui crediti deteriorati

I crediti deteriorati sono un problema piuttosto serio per le banche italiane. Su cui loro stesse e il Governo hanno commesso scivoloni non da poco, spiega SERGIO LUCIANO

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“Arriva lo scudo”, ma quale scudo? Non più un pannicello caldo come quello dei Gacs, la garanzia pubblica sulle obbligazioni speciali che le banche potrebbero emettere per ricollocare la parte migliore delle loro sofferenze: eh no, questi mezzucci sono scudi di cartone, non bastano per guarire il sistema creditizio italiano dalla piaga di 100 miliardi di sofferenze nette (perchè su oltre 200 lorde ce ne sono una metà coperte da garanzie reali come ipoteche su immobili o depositi di liquidità e titoli da parte dei debitori) che lo zavorra. Ci vuole un colpo d’ali, uno show-down politico con la Commissione europea che il governo deve trovar la forza di fare per rivendicare il diritto di ricapitalizzare il sistema, “anche” se non esclusivamente con soldi pubblici: né più e né meno di come hanno fatto gli Stati guida dell’Unione nel 2008-2009 (Germania, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Austria, Spagna), dopo il crac della Lehman Brothers mentre noi, sotto la guida del disastroso governo Monti, non abbiamo fatto, per atteggiarci a primi della classe, e non abbiamo messo in sicurezza per tempo le nostre banche.

Ci vuole il colpo d’ala perché se no l’economia non riparte. Ci vuole perché, intanto, Lorsignori di Bruxelles continuano a favorire gli istituti di credito di osservanza anglosassone, come sta facendo proprio in questi giorni il Comitato di Basilea (l’organismo che riunisce i regolatori bancari internazionali) che ha ammorbidito i requisiti di “leva” tra patrimonio e derivati finanziari detenuti dalle banche (cioè il rapporto che intercorre tra il capitale proprio e l’ammontare dell’esposizioni in titoli tossici, categoria da cui le nostre banche si sono sempre relativamente astenute).

E ci vuole, questo colpo d’ala, perché se no i capitali freschi necessari ad alcune grandi banche per ripartire non arrivano: come rischiano di non arrivare, e quindi di restare sul groppone di Unicredit che li ha incautamente garantiti, i 1700 milioni di euro dell’aumento di capitale che la Banca popolare di Vicenza deve effettuare questo mese.

Ma sul tema delle sofferenze bancarie la prima mossa del governo è stata un vero boomerang, anche se nessuno l’ha scritto con chiarezza, forse per carità di patria. Se oggi un colosso speculativo internazionale come il Fondo Apollo può permettersi il lusso di offrire solo il 20% del loro valore nominale per rilevare 3,5 miliardi di crediti in sofferenza da Carige, è perché comunque sta offrendo un prezzo di oltre il 10% superiore al prezzo stabilito dallo Stato - sì, dallo Stato - per “comprare” le sofferenze delle quattro banche decotte avviate a “risoluzione” a fine 2015 - Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara e CariChieti - con la creazione delle quattro good-bank (oggi in vendita e già costrette a un primo rinvio della scadenza per le offerte d’acquisto, latitanti) e delle quattro bad-bank che appunto hanno riconosciuto un valore bassissimo alle sofferenze: appena il 17,5%.