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CONSIGLI NON RICHIESTI/ Renzi e il tavolo giusto per salvare economia e governo

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Gira e rigira la questione chiave della politica economica italiana resta il peso delle tasse sul reddito e in particolare sul lavoro. Anno dopo anno la distanza è cresciuta. Finché le imprese hanno potuto contare sul rilancio della domanda estera, hanno compensato i costi, soprattutto da quando la Bce ha indotto una svalutazione dell’euro. Adesso che il commercio internazionale ristagna, le magagne sono venute a galla.

Nel bollettino congiunturale di aprile, l’Istat accende un faro sulla “difficile ripresa degli investimenti”. E scrive che “nel complesso la contrazione degli investimenti italiani nel periodo di crisi è stata marcatamente superiore a quella degli altri paesi europei. Ponendo a 100 la media degli investimenti bel 2011, alla fine del 2015 la Germania e la Spagna mostravano livelli superiori, la Francia oscillava a livello cento, l’Italia era a 85”. È chiaro a questo punto che “il rafforzamento della ripresa italiana è indissolubilmente legato a una crescita duratura degli investimenti”. Ebbene è proprio questo che manca.

Gli imprenditori manifatturieri sostengono che non c’è abbastanza domanda interna per giustificare un nuovo ciclo di investimenti, nonostante il super ammortamento contenuto nella Legge di stabilità. È un altro gap che s’aggiunge a quello della competitività, perché nel frattempo la Germania ha aumentato la domanda interna, magari non abbastanza secondo i critici a cominciare da quelli del Fondo monetario internazionale, ma in ogni caso si è mossa nella giusta direzione. In Italia in molti, a cominciare dai sindacati, chiedono che gli investimenti pubblici suppliscano alla carenza di quelli privati, o quanto meno facciano da stimolo, da moltiplicatore. Nel bilancio dello Stato non c’è spazio. L’Italia, insieme alla Francia e al Regno Unito, è tra i maggiori beneficiari del piano Juncker nei settori dei trasporti e dell’innovazione. Ma ancora non si vede la luce in fondo al tunnel. La decisione più importante riguarda il progetto banda ultra-larga per il quale ci sono stanziamenti sulla carta. Tuttavia finora è bloccato dal braccio di ferro di Telecom Italia e dalle incertezze sulle effettive possibilità di intervento della Cassa depositi e prestiti.

Sarebbe il caso che Renzi convocasse una sorta di Stati generali dell’economia, con al centro la politica di rilancio degli investimenti, chiamando a raccolta tutti i soggetti, le imprese privare e quelle pubbliche, i sindacati e le organizzazioni professionali, e mettendo tutti di fronte alle proprie responsabilità. L’incertezza non può essere un alibi, al contrario rappresenta lo scenario normale nel quale si svolge la recita dell’economia. E il rischio è la condizione stessa del capitalismo privato. Il governo non potrà presentarsi a mani vuote, non bastano certo un po’ di chiacchiere e di promesse. Ma, pur tenendo conto del sentiero molto stretto sul quale cammina la politica fiscale, dovrà mettere sul tavolo una seria, credibile e permanente riduzione delle imposte.

Consigli non richiesti (più lunghi di un tweet, dimensione alla quale Renzi ormai si è abituato) e soprattutto non ascoltati.



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