BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

CONSIGLI NON RICHIESTI/ Renzi e il tavolo giusto per salvare economia e governo

L’Italia stenta a ripartire e paga un forte gap con altri paesi europei, su cui il Governo non è finora intervenuto. Per STEFANO CINGOLANI Renzi non può però più tergiversare

InfophotoInfophoto

Altro che festa del lavoro, oggi rischia di essere l’anniversario del lavoro perduto e non ritrovato. È stata accolta con una certa soddisfazione la notizia che il tasso di disoccupazione a marzo è sceso all’11,4% tornando al livello registrato nel 2012 e che sono aumentati anche gli occupati compensando così la caduta del mese precedente. Ma la verità è che il mercato del lavoro, nonostante gli incentivi alle assunzioni e il Jobs Act, è ben lontano dal recuperare i livelli pre-crisi. Non può certo consolare il fatto che nell’intera eurozona il tasso di disoccupazione sia ancora del 10,2% e solo adesso s’avvia a scendere sotto il minimo raggiunto nel 2011. La zona euro nel suo insieme ha impiegato otto anni a colmare la voragine creata a partire dalla grande crisi finanziaria. L’Italia, invece, resta indietro, vagone di coda di un treno della crescita che procede a fatica, condotto da una locomotiva a vapore.

Nel primo trimestre dell’anno, l’Eurolandia è cresciuta dello 0,6%, un ritmo doppio rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno, ma siamo sempre a zero virgola. La Spagna è la più dinamica, l’Italia la più lenta. Il dato peggiore viene dai prezzi, perché nonostante le iniezioni di moneta da parte della Banca centrale europea siamo pressoché ovunque in deflazione, sotto zero in Italia (-0,4% in aprile) e anche in Germania. Dunque, non ha torto Susanna Camusso nel dire che “non sta cambiando niente”. E Marco Leonardi, neoconsigliere di palazzo Chigi, ammette che “la ripresa è incerta”, anche se per onor di firma aggiunge che “le misure del governo stanno funzionando”. Tutti speriamo che sia così, la speranza è una virtù, ma la ragione getta acqua sul fuoco degli entusiasmi.

Il Documento di economia e finanza appena varato, del resto, non delinea certo una svolta. Intanto ha dovuto ridimensionare il tasso di crescita previsto e c’è il rischio che debba scendere ancora se ha ragione il Fondo monetario internazionale che vede per quest’anno un aumento del prodotto lordo di appena un punto. E poi ancora una volta la politica economica è impostata su un concetto semplice quanto pericoloso: prendere tempo, spostare in avanti di un altro anno l’aumento delle imposte indirette, rinviando l’aggiustamento fiscale e la riduzione del debito. Guadagnare tempo può anche essere la tattica giusta in momenti di emergenza, ma rischia di diventare disastroso in condizioni normali.

Oggi c’è una finestra di opportunità, aperta dalla politica espansiva della Bce che durerà fino al prossimo marzo. Tra l’altro non sono state ancora messe in atto alcune misure già decise come l’acquisto di obbligazioni societarie e i nuovi finanziamenti alle banche mirati all’aumento del credito all’economia. Ebbene, è il momento di approfittarne, di dare un’accelerata.

La debolezza dell’Italia è rispecchiata in un dato di fondo: dal 2000 al 2015 il costo del lavoro per un’unità di prodotto è aumentato del 40% rispetto alla Germania. Ciò spiega il gap di competitività tra i due paesi al netto delle differenze strutturali. Renzi non ha inciso su questo divario. Il mercato del lavoro era già stato riformato dalla Germania tredici anni fa lungo linee non dissimili a quelle del Jobs Act. Le altre riforme strutturali sono allo stadio embrionale. In ogni caso nessuna di loro, dalla Pubblica amministrazione alla giustizia (di là da venire), cambia l’abisso del costo del lavoro per unità di prodotto che non è provocato dai salari (in Germania restano più alti e sono tornati a crescere), ma dal peso del fisco e degli oneri sociali.