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SPY FINANZA/ La tattica dei cinesi dietro lo "shopping" all'estero

Pubblicazione:mercoledì 11 maggio 2016

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Ma non basta, perché l'uomo più ricco di Cina, Wang Jianlin, ha comprato la Legendary Entertainment, produttrice diGodzilla e della trilogia del Cavaliere oscuro per 3,5 miliardi di dollari, sancendo il primo sbarco di un operatore asiatico a Hollywood. In febbraio, poi, una filiale della HNA Group ha acquistato il distributore di computer e software Ingram Micro Inc. per 6 miliardi di dollari: pur continuando la sua operatività a Irvine, in California, la ditta entrerà a far parte del conglomerato cinese che l'anno scorso ha acquisito il gestore bagagli Swissport International AG e che ha tentato il mese scorso di acquisire quello del London City Airport. Ma attenzione, perché soltanto un mese fa il ministero per il Commercio cinese, attraverso il suo portavoce Shen Danyang, aveva minimizzato la portata di questo shopping, facendo anche balenare la possibilità che in futuro lo Stato aiuti le aziende nelle loro operazioni di fusioni e acquisizioni (M&A) all'estero. 

Per Shen Danyang, «la velocità e il volume degli investimenti in M&A cinesi all'estero sono appropriati e normali, chi dice che le aziende cinesi stanno comprandosi il mondo confonde gli accordi finalizzati con quelli in attesa di approvazione. Gli accordi internazionali delle nostre aziende nel primo trimestre di quest'anno sono pari a un controvalore di 16,56 miliardi di dollari, ben lontani dai 113 miliardi citati in alcuni report. Di più, lo scorso anno gli accordi sono stati per 40,1 miliardi di dollari, solo il 6,2% del valore di mercato del settore M&A globale». E, infine: «Penso che sarebbe auspicabile maggiore supporto del governo per le aziende cinesi al fine di aiutarle nelle loro operazioni di acquisizione all'estero, vista la loro mancanza di esperienza nel fare fronte a differenze culturali e ostacoli politici». Peccato che il buon Shen Danyang non abbia dato la cifra inclusiva delle scalate lanciate o delle offerte avanzate fino ad oggi, includendo le quali arriviamo a un totale di 92 miliardi di dollari di controvalore solo da inizio anno a fine marzo: falliranno tutte? Verranno tutte respinte? Difficile immaginarlo visto quanto accaduto fino a oggi. 

E, inoltre, il grafico a fondo pagina ci mostra come a fronte di fughe di capitali sempre più ampie, il governo potrebbe decidere di ostacolare lo shopping selvaggio all'estero, più che supportarlo: gli outflows sono infatti talmente «appropriati e normali» che gli ODI, ovvero le opzioni sugli investimenti diretti, hanno superato gli investimenti esteri diretti su base annua per la prima volta quest'anno! Vi chiederete, perché pagare prezzi fuori mercato e lanciarsi in acquisti così onnivori Oltreoceano? Perché c'è qualcosa da sapere rispetto all'operatività estera dei grandi gruppi cinesi: spesso e volentieri, non si tratta di investimenti di lungo periodo motivati da strategia industriale o business plan di sviluppo ma da semplice necessità di fuga di capitale all'estero. Per due, basiche ragioni: primo, le sempre più stringenti misure per contrastare gli outflows di denaro messe in campo dal governo di Pechino. Secondo, la volontà di trasferire yuan in dollari o euro prima che parta la grande svalutazione della moneta cinese, da tempi annunciata ma finora non ancora sostanziatasi, non fosse altro per la volontà cinese di trasformare la propria valuta in benchmark per gli scambi commerciali a livello globale. 


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