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SPY FINANZA/ I nuovi rischi pronti per l'Italia

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A confermarlo è anche Lars Christensen di Markets&Money, a detta del quale «la ripresa in Europa non sta guadagnando trazione e la cosa che mi spaventa di più è la possibilità di un nuovo spasmo della crisi del debito durante l'estate. I mercati cominciano a perdere fiducia nella Bce e nella sua capacità di generare stimolo e stiamo cominciando a vedere il ritorno dei problemi nelle finanze pubbliche di Italia, Spagna e Portogallo. E quest'ultima criticità sta diventando un argomento chiave». E a porre seriamente in discussione quanto fatto finora ci ha pensato anche un pezzo da novanta come Nouriel Roubini della New York University: «Per tutto lo scorso anno l'eurozona ha goduto di condizioni molto favorevoli, petrolio a basso costo, gli acquisti di bond della Bce, il deprezzamento dell'euro e la fine dell'austerity fiscale. Potremmo dire che era al centro di una tempesta di positività perfetta. Ma se anche questo non ha prodotto crescita, nulla potrà farlo». E quelle condizioni, ancorché lentamente, stanno sparendo. Il petrolio è salito di prezzo del 75% dall'inizio di febbraio e l'indice dell'euro è salito del 5% negli ultimi sei mesi, trovandosi ora a un livello più alto di quando la Bce ha lanciato il Quantitative easing. 

Per Marchel Alexandrovich della Jefferies «la Bce finora ha fallito nel costruire un cuscinetto contro gli shock deflazionari e ciò che colpisce è che l'inflazione nei servizi ha viaggiato a solo lo 0,2% negli ultimi sei mesi. Siamo davvero vicini alla deflazione. In superficie lo cose sembrano ancora reggere, ma la gente potrebbe stare sottostimando il deterioramento sottostante. A mio avviso, ciò che serve è un grande progetto di spesa in infrastrutture, monetizzato dal Qe». E c'è anche chi comincia a pensare che quanto proposto da Yanis Varoufakis, ovvero finanziare la spesa in investimento con bond emessi dalla European Investment Bank e che poi sarebbero acquistati dalla Bce, non fosse poi una follia: questo, di per sé, dovrebbe farvi capire a che punto siamo arrivati. 

Per il professore Paul de Grauwe della London School of Economics, «il Qe potrebbe tenere lontano il lupo cattivo della ciclicità anche per un anno, ma questa non è una soluzione in sé, perché non è sufficiente per sostenere la crescita. Serve un'espansione degli investimenti tra il 2% e il 3% del Pil e potendo ottenere denaro a prezzi così bassi, ha senso provarci. Ma solo parlarne è eresia, molta gente, tedeschi in testa, pensano che un'idea simile sia diabolica». Lo stesso vice-presidente della Bce, Vitor Constancio, la scorsa settimana ha detto chiaramente che le Banche centrali non possono risolvere tutti i problemi e ha chiesto «politiche fiscali dirette verso la crescita e accompagnate da riforme che mantengano in vita la fragile crescita attuale». Tradotto? Flessibilità, quella che però viene bocciata e negata ad ogni piè sospinto in sede europea. 

Anche perché l'economia mondiale nel suo insieme è preda di forze secolari che hanno abbassato e di molto i tassi di crescita a lungo termine, rendendo ancora più difficile superare l'ubriacatura deflazionistica dell'enorme carico di debito accumulato dal 2009 a oggi. E anche i Paesi che vengono celebrati come esempi della bontà dell'azione della Troika, come la Spagna, potrebbero ritrovarsi in fretta nel mirino dei mercati.