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SPY FINANZA/ I nuovi rischi pronti per l'Italia

Pubblicazione:sabato 14 maggio 2016

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Ecco cosa pensa al riguardo Raoul Ruparel di Open Europe: «Il mini-boom spagnolo è solo apparente e basato su un'esplosione di spese per consumi da parte di cittadini di fascia alta che non può durare. Le aziende, infatti, sono ancora pesantemente indebitate e non stanno investendo. Non vedo affatto questa ripresa iberica come sostenibile». C'è poi l'enorme tallone d'Achille per le nazioni della cosiddetta periferia, ovvero il nesso inestricabile tra debito sovrano e sue detenzioni in mano alle banche, un qualcosa che pochi giorni fa è stato sottolineato anche da Jean Pisai-Ferry, commissario generale per la Pianificazione politica francese: «I debiti sovrani sono ancora esposti al rischio catastrofico di dover sostenere il costo di un salvataggio del sistema bancario. Ciò che importa ai mercati, infatti, è solo capire chi sopporterà alla fine quel rischio». 

E al riguardo, l'Italia ha una criticità in più. Il grafico a fondo pagina ci mostra infatti cosa sta accadendo all'interno dei conti del nostro Paese. Una nuova fonte di flussi di capitale è emersa e pare essere il driver primario del bilancio netto negativo dell'Italia in Target2, sprofondato a marzo di quest'anno al suo livello di deficit peggiore di sempre, -263 miliardi di euro: uno scostamento netto del settore privato non bancario del nostro Paese dal debito governativo e delle banche italiane verso titoli azionari esteri e mutual funds

Facendo attenzione al grafico, si nota che fino al giugno 2014 il bilancio netto di Target2 (linea blu) è stato influenzato unicamente dalla sell-off e dal conseguente riacquisto di obbligazioni sovrane del nostro Paese (la linea verde). Ma a partire da quel momento, è altro che muove al ribasso quella linea blu, ovvero sono gli investimenti del settore non bancario italiano (linea rossa) a giocare un ruolo più ampio nel portare in negativo il nostro bilancio di Target2. Di più, negli ultimi mesi il calo può essere anche attribuito a una rinnovata, ancorché moderata per ora, fuga dai nostri titoli di Stato, dinamica che spiegherebbe il continuo, anche se per ora lento, aumento del nostro spread sovrano sul Bund. 

Dall'inizio di quest'anno, oltre 180 miliardi sono spostati dall'Italia verso mutual funds in Lussemburgo, Olanda e Germania. Solo il 20% di essi può essere fatto risalire a entità italiane (i cosiddetti round trip funds), ma ciò che fa paura è che la ricerca disperata di rendimento all'estero in un ambiente di tassi a zero può spiegare solo in parte questa fuga di capitali italiani verso il Nord Europa, mentre molti analisti parlano di un rinnovato redenomination risk per gli assets italiani, ovvero la percezione di rischio verso l'Italia in caso si arrivasse a un ridenominazione in valuta locale che non sia l'euro dopo una parziale rottura dell'Eurozona. E, certamente, il rischio Brexit e il riesplodere della crisi greca, nonostante l'ottimismo da barzelletta dell'Eurogruppo di lunedì, non potranno che aggravare questa dinamica. 

Ma questo scostamento senza precedenti nel portafoglio di investimento delle aziende non bancarie italiane potrebbe avere a che fare anche con altro, ovvero con il rischio bail-in emerso dallo scorso gennaio, visto che questa pratica di risoluzione delle crisi bancarie riguarda, oltre ai privati, anche le aziende medie e piccole, poiché il limite dei 100mila euro di giacenza sul conto per una media azienda è molto risicato, si preferisce spostare la liquidità in porti più sicuri e questo non fa altro che aggravare la situazione del sistema bancario italiano nel suo insieme (come la Borsa ci mostra ormai ogni giorno). Sarà anche per questo che, in base all'ultimo sondaggio Ipsos-Mori, il 60% degli italiani vuole un referendum sulla permanenza nell'Ue e il 48% voterebbe a favore dell'Italiexit. Ma siamo in buona compagnia, perché anche il 58% dei francesi vuole poter decidere e il 41% dice che voterebbero per lasciare l'Ue, mentre in Svezia i favorevoli allo Swexit sono al 39% e in Germania e Spagna vorrebbero andare alle urne il 40% degli interpellati. Non c'è che dire, un vero capolavoro. 



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