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FINANZA E POLITICA/ Quei "meno" che smontano la svolta di Renzi

Pubblicazione:domenica 15 maggio 2016

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Come sta andando davvero l’economia italiana? Se ascoltiamo il canto degli usignoli ne ricaviamo che la ripresa marcia lenta, ma sicura. I gufi, invece, continuano a non vedere l’uscita dal tunnel. Per cercare di capirci qualcosa mettiamo in fila i più e i meno. Nella colonna dei dati positivi c’è che il prodotto lordo nel primo trimestre dell’anno è cresciuto dello 0,3%, mentre nel terzo trimestre del 2015 era solo +0,2% con un andamento in continua discesa a cominciare dai primi tre mesi dello scorso anno, che avevano fatto registrare il risultato finora migliore con un aumento dello 0,4%. Tra i segni più mettiamo che per la prima volta dal 2007 sale il potere d’acquisto delle famiglie (è il lato positivo della deflazione) e migliorano di conseguenza anche i consumi privati. L’aumento degli occupati stabili va messo nella colonna dei più e anche questo ha contribuito, insieme agli 80 euro, al risveglio del consumo che riguarda, infatti, soprattutto i lavoratori dipendenti.

La colonna dei meno si apre con il fatto che l’aumento del Pil italiano è la metà di quello europeo, mentre la Germania prende il largo mettendo a segno uno 0,7% in più grazie a un’impennata della domanda interna per consumi, fatto che mette la sordina a chi ha sempre criticato Berlino per non aver allentato le redini favorendo l’espansione dei consumi domestici. Vedremo cosa accadrà nei prossimi trimestri, ma l’aumento degli stipendi e l’introduzione del salario minimo hanno dato quella spinta che i critici della Germania chiedevano da tempo. Se le cose stanno così, il fossato tra Italia e Germania diventa ancor più incolmabile, mentre s’allarga anche quello con la media degli altri paesi europei.

L’altro punto meno riguarda i prezzi che restano stagnanti, in zona deflazione. A questo s’aggiunge il debito che ha raggiunto un nuovo record negativo superando la soglia dei 2.200 miliardi di euro. Se teniamo conto che nei prossimi dodici mesi bisognerà rinnovare titoli pubblici per 300 miliardi di euro, pari a un quinto circa del Pil italiano, abbiamo una chiara idea della prova che spetta al Tesoro mentre le nuove incertezze sui mercati spingono verso l’alto lo spread tra Btp decennale e Bund, punto di riferimento per giudicare stabilità delle finanze pubbliche.

Sia la Bundesbank per bocca del suo presidente Jens Weidmann, che lo ha detto proprio in Italia, sia le agenzie di rating, sia gli operatori sui mercati, insistono su un punto: la questione del debito resta centrale per l’Italia. Con una crescita debole, nettamente inferiore a quella europea, e un debito pubblico che continua a gonfiarsi, il parametro chiave, cioè il rapporto tra debito e Pil non può scendere. Teniamo conto poi che il calcolo viene fatto sul prodotto lordo nominale (cioè inflazione compresa) e con i prezzi fermi o discendenti tutto diventa ancor più complicato.

L’andamento attuale del Pil prefigura per quest’anno uno sviluppo che non supera l’1%. Secondo le stime del governo dovrebbe attestarsi all’1,2%, un livello inferiore alle stime precedenti. Per invertire la tendenza, ha spiegato in Senato il presidente dell’Istat, occorre una “accelerazione” nei prossimi trimestri. L’andamento della domanda estera non porta a immaginare che la spinta possa venire dalle esportazioni, dunque il peso ricade sul mercato interno.


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