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BANCHE E UE/ Il bail-in è illegittimo, ecco le prove

Pubblicazione:lunedì 16 maggio 2016

Ignazio Visco (Infophoto) Ignazio Visco (Infophoto)

Come diventare investitori senza esserlo e, soprattutto, senza volerlo: con qualche ironia potrebbe così, in sintesi, descriversi il bail-in, ossia quell'istituto in forza del quale, oltre agli azionisti, anche gli obbligazionisti e persino i correntisti delle banche vengono espropriati delle somme di cui sono creditori per ridurre le perdite e ricapitalizzare le banche bisognevoli di recuperare la fiducia dei mercati. Che poi si dica, credendo di lenire la pena, che per legge (art. 52, co. 2, lett. b), d.lgs. n. 180/2015 di attuazione della direttiva 2014/59/UE) il bail-in non può portare a risultati peggiori della liquidazione coatta amministrativa o di altre procedure concorsuali non sposta di una virgola il problema. 

Non è certo la prima volta che il legislatore provvede nell'interesse pubblico alla conservazione di una tipologia di imprese a spese dei diritti privati dei creditori: occorre però chiedersi a quali condizioni sia legittimo scaricare il soddisfacimento di questo interesse su correntisti che, credendo di mettere in cassetta i propri risparmi, di colpo si vedono trattati come investitori che partecipano al rischio d'impresa della banca cui hanno avuto la sfortuna di rivolgersi E non basta, almeno dal punto di vista giuridico, il ricorso a formule che evocano rischi di sistema: a tacer d'altro, simili formule non spiegano e, anzi, rendono ancor meno comprensibile perché, se la ragione di fondo è legata alla solidità del sistema creditizio, a ciò non si faccia fronte ricorrendo alla fiscalità generale.

D'altra parte, è difficile negare che risponda all'interesse generale anche il regolare adempimento delle obbligazioni, che è elemento essenziale di un'economia di mercato: a maggior ragione, quindi, una tale disciplina giuridica dovrebbe trovare un sicuro fondamento nei principi fondamentali dell'ordinamento. Seguendo, però, un'autorevole insegnamento (F. D'Alessandro, Interesse pubblico alla conservazione dell'impresa e diritti privati sul patrimonio dell'imprenditore, in Giur. comm. 1984, 53 ss.) si giunge agevolmente a una conclusione esattamente opposta.

È un dato inconfutabile che l'assoggettamento del correntista al bail-in in entrambe le sue forme debba esaminarsi nell'ottica dell'art. 42 Cost.: tanto la riduzione del credito (recte: la riduzione o l'annullamento) quanto la sua conversione in capitale azionario danno infatti luogo a un'ablazione di beni. Ora, è vero che, in forza dell'art. 42, co. 3, Cost., "La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale". Si tratta, allora, di verificare se i pubblici poteri possano usare dell'espropriazione quale che sia il bene da acquisire al patrimonio pubblico o se non vi siano invece limiti ulteriori rispetto a quello espressamente contemplato dalla disposizione costituzionale, ossia la sussistenza di motivi di interesse generale: nella prima ipotesi, lo Stato sarebbe in effetti legittimato anche a reperire danaro espropriandolo ai privati e, come nel caso che ne occupa, ai correntisti della banca.

Ma l'ablazione dei beni viola, com'è noto, il principio di eguaglianza: per tale ragione, in funzione di riequilibrio, è previsto l'indennizzo, ossia la corresponsione di una somma di danaro, il cui ammontare, secondo l'ormai consolidata giurisprudenza della Corte europea dei Diritti dell'uomo, deve attestarsi sul valore di mercato del bene espropriato: si tratta però di un ristoro per equivalente e non di perfetta reintegrazione. 


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