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FINANZA E POLITICA/ Così Grecia e Fmi possono "salvare" l'Italia dalla bancarotta

Pubblicazione:lunedì 16 maggio 2016

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Le analisi più recenti affermano che, data la nostra struttura economica e demografica, se il debito pubblico supera l'85%-90% del Pil, il macigno agisce come un freno di almeno l'1% l'anno sulla crescita. Il tasso di crescita "potenziale" del Paese è stimato attorno all'1,5 % l'anno: ci si condanna alla stagnazione, qualsiasi altra misura si applichi in materia di mercato del lavoro, liberalizzazioni, privatizzazioni ha poco effetto. Ridurre gradualmente il fardello con un avanzo primario (entrate superiori alle spese pubbliche al netto del servizio del debito) tale da portarlo al 60% del Pil (nei tempi previsti dal "patto euro-plus" e dall'accordo sull'unione fiscale) implica una manovra di 35-50 miliardi di euro l'anno per i prossimi 20 anni - ossia condannare almeno una generazione alla recessione. 

Quella dell'Italia pare una malattia congenita che ha le sue radici in determinanti storico-sociologiche di lungo periodo: in 150 anni di Unità, per ben 111 anni lo stock di debito pubblico ha superato il 60% del Pil e per oltre 50 il 100% del Pil. Al fine di ridurre il debito, il primo punto (in ordine di tempo) della strategia di crescita presentato dal Governo Monti, e ripreso dal Governo Letta, è il fondo immobiliare che ha presto acquisito, sulla stampa d'informazione, il nomignolo di "fondo taglia-debito". In breve, l'obiettivo è "creare ricchezza" dalla manomorta pubblica (stimata a 1815 miliardi, pari quasi allo stock di debito pubblico). In pratica, la cessione di una parte (peraltro relativamente modesta) del patrimonio immobiliare pubblico (che oggi rende poco o nulla allo Stato e alle pubbliche amministrazioni in generale) e diritti per le emissioni inquinanti di CO2. Dalla prima fonte si contano di ricavare 35-40 miliardi; dalla seconda altri 10.

In primo luogo, è pleonastico dire che cercare di valorizzare il patrimonio pubblico è una buona idea. Ci sono ora pure le premesse perché l'idea abbia questa volta modalità di applicazione che la rendano realizzabile entro un lasso di tempo relativamente breve. Lo schema messo a punto da Andrea Monorchio e Guido Salerno Aletta, che è anche corredato da una bozza di proposta di legge d'iniziativa popolare, fa leva non sul patrimonio pubblico, ma su quello dell'edilizia privata. In breve, i proprietari di casa verrebbero messi di fronte a un'alternativa: o essere soggetti d'imposta patrimoniale oppure far sì che un decimo del loro patrimonio edilizio (stimato in 9.000 miliardi di euro) venga ipotecato dallo Stato avendo in cambio: a) la garanzia dell'esenzione da imposte presenti e future; b) un interesse al tasso di sconto presso la Bce e un ammortamento ventennale. In tal modo - tralascio gli aspetti tecnici, alcuni dei quali molto ingegnosi - lo Stato avrebbe la liquidità per abbattere il debito pubblico e realizzare politiche di crescita.

Un'alternativa del programma, prevede obbligazioni a cedola zero (garantite dall'ipoteca sul 10% del valore dell'immobile) che potrebbero essere particolarmente interessanti per chi vuole costituire un capitale per un lascito a figli o congiunti o amici. Sono ambiziose, in vario modo, anche le proposte di La Malfa e Savona (chiare alternative a un'imposta patrimoniale). Vale, però, la pena integrarle con la proposta del Governo e con gli schemi Monorchio-Salerno e La Malfa-Savona - la proposta di Giuseppe Guarino, invece, è essenzialmente una patrimoniale più o meno in maschera al fine di costituire un "fondo taglia-debito".

Credo occorra partire dalla premesse che se si chiede ai privati di utilizzare parte dei gioielli di famiglia (la propria casa) per liberare l'Italia dalla morsa del debito (Monorchio-Salerno Aletta) si debba chiedere allo Stato di fare altrettanto. Destinare a tale fine una parte del patrimonio immobiliare pubblico (è difficile che il mercato ne possa assorbire di più) e delle licenze per CO2 è limitativo. Anche perché tale patrimonio immobiliare pubblico (ad esempio, la case popolari Ater) non sono certo gioielli di famiglia. Soprattutto, dato come non possiamo utilizzare le strade maestre per ridurre il debito pubblico - consolidamento, maxi-inflazione, super-crescita - occorre guardare a esperienze innovative di riscatto quali quelle attuate da alcuni Paesi dell'America Latina e dalla Germania. In America Latina non si trattava di risolvere il nodo del debito pubblico interno (abbastanza contenuto a differenza di quello sull'estero), ma di affrontare il peso di un insostenibile debito previdenziale. In Germania, il problema era come coniugare denazionalizzazioni con la riduzione del debito dei Länder orientali. In tutti questi casi, per il riscatto sono stati istituiti fondi specifici quali il Treuhandanstalt (THA) tedesco e si è utilizzato parte dello stock di ricchezza pubblica e privata.


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