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RCS E MEDIA/ Così i tre principali quotidiani italiani diventano "svizzeri"

Pubblicazione:martedì 17 maggio 2016

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Comunque vada a finire questa storia, un busto di marmo o almeno una lapide a Urbano Cairo qualcuno dovrà pur dedicargliela, sulla tante pareti libere del Corriere della Sera. Perché la sua discussa offerta pubblica di scambio sulla Rcs, Rizzoli-Corriere della Sera, ha indotto perfino Mediobanca - da sempre paladina dello status quo, per loffio che fosse - a darsi una mossa. E a trovare qualcuno che mettesse i soldi, o meglio: il grosso dei soldi. Andrea Bonomi, appunto: che ha, come Cairo ma diversamente dal padrone de La7, una cosa che manca assolutamente a Mediobanca: la credibilità come azionista di riferimento del gruppo editoriale.

Peraltro - ma questa è solo una notazione da filologi un po' tonti e notisti dei corsi e ricorsi che in finanza non esistono e sono semmai solo scippi e riscippi - la famiglia Bonomi, ai tempi in cui era guidata dal padre di Andrea, Carlo, della Rcs era già stata azionista, indirettamente, attraverso la Gemina, la "scatola" gestita da Agnelli e Bazoli per controllare il Corriere e farne il salotto buono-bis rispetto a Mediobanca regnante sulla finanza italiana. 

Andrea Bonomi è oggi il più bravo imprenditore italiano del private equity. In un certo senso l'unico, dopo la prematura scomparsa di Claudio Sposito; l'altro fuoriclasse, Gianni Tamburi, fa un mestiere diverso. Finora Bonomi non ha sbagliato neanche un colpo, nemmeno il pur fallito tentativo di scalata alla Banca popolare di Milano, dal quale è uscito sconfitto ma ricco. Ha appena raccolto, con la sua società di gestione Investindustrial, altri due miliardi di dollari da investitori di mezzo mondo che da vent'anni gli affidano i loro soldi perché lui gli ha dimostrato di saperli far rendere, sempre. Ha appena acquistato due grandi marchi italiani, Artsana e poi Valtur, di settori diversissimi tra loro, come del resto ha sempre fatto, e dimostrato di saper fare, scegliendo manager gestionali con i fiocchi, ispirando quindi ristrutturazioni e rilanci riusciti e dunque facendo alla grande il suo lavoro. 

Non dimentichiamo l'epopea della Ducati, che nel 2006 venne rilevata da Bonomi e riportata rapidamente all'utile, fino a essere venduta alla Volkswagen nel 2012. E non dimentichiamo, in tempi assai più recenti, la mitica Aston Martin, in cui investì - subito dopo aver ceduto la Ducati - convinto di poterla riportare alla gloria che la fece scegliere come auto perfetta per James Bond…

Evidenti pregi e difetti di questa contro-opa. A giudicare dal punto di vista dei famosi "piccoli azionisti" della Rcs, quest'offerta è molto meglio, perché è in cash e infila nelle loro esangui tasca 228 milioni di euro, mentre Cairo ne dava meno, e sotto forma di titoli, non di cash. Quanto all'azienda Rcs, è interessante l'impegno della nuova compagine a ricapitalizzare con 150 milioni di euro il gruppo editoriale, musica per le orecchie delle banche con cui è in stadio ormai avanzato ma non immutabile la rinegoziazione del debito: quindi anche per Rcs incamerare più soldi di quanti ne sarebbero entrati con Cairo è un vantaggio.

Altro vantaggio è il netto distanziamento della linea gestionale di Rcs dalla potestà di quella stessa istituzione finanziaria che avallò il disastroso acquisto di Recoletas, 1 miliardo di buco tondo tondo nelle casse del gruppo. Infatti Bonomi avrà chiaramente la guida delle operazioni, sia pure diluito al 45% contro il 55% degli altri soci già presenti nel gruppo - e tutti parificati al 13%: Della Valle, Mediobanca, Pirelli e Unipol. E se lo lasceranno fare, non c'è dubbio che aiuterà decisamente il turn-around dell'azienda: o valorizzando, supportando e incentivando l'attuale management, che sembra indubbiamente meglio orientato di quello appena uscito, o cambiandolo se non convinto delle capacità: ma comunque decidendo.


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