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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Le mosse che contano per il prezzo del petrolio

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Primo, aprile è stato un dei due mesi all'anno (l'altro è ottobre) in cui le banche rivedono le linee di credito con le aziende negli Usa e quindi è probabile che il calo degli impianti - e quindi della produzione - sia dovuto a una sospensione temporanea dell'attività di trivellazione al fine di limitare i costi di gestione, attendendo che altre dinamiche come quelle in atto facciano salire le quotazioni a un livello in cui torna profittevole estrarre in ossequio aibreakeven. Secondo, è probabile che gli Usa vogliano valutare la reale forza della domanda cinese per lo stoccaggio delle riserve strategiche, ritornando attori sul mercato solo quando quella dinamica legata alle cosiddette tea pots, le piccole raffinerie indipendenti, non si sia consolidata, garantendo un arco temporale di assorbimento dell'offerta abbastanza lungo. 

Ma veniamo all'Opec, il punto davvero interessante della questione che mi fa pensare a un rally con poco sostegno macro. Stando all'ultimo report del cartello dei produttori, la produzioni dei Paesi non-Opec quest'anno calerà di 740mila barili al giorno, portando il totale a 56,4 milioni di barili al giorno, 10mila in meno da quanto stimato soltanto a dicembre. E, ovviamente, la gran parte di quel declino sarà ascrivibile proprio alla produzione Usa, visto che le stime Opec parlano di 431mila barili in meno quest'anno rispetto alla media giornaliera del 2015 di 13,56 milioni di barili. E dove vedono le altre criticità? Minori investimenti e ritardi nella produzioni in Cina, Messico, Regno Unito, Kazakistan e Colombia. Per l'Opec, a livello mondiale le aziende taglieranno investimenti in esplorazione da qui al 2018 a 40 miliardi annui, la metà della media di spesa tra il 2012 e il 2014. 

Ironicamente, però, l'Opec sembra voler ignorare una dinamica in atto proprio al suo interno. Come ci mostra il grafico a fondo pagina, al netto dei meno 740mila barili al giorno dei Paesi non-Opec, ecco che l'Iran ha già fornito al mercato un ammontare di produzione praticamente pari a quel taglio. Stando a dati Bloomberg, ad aprile la Repubblica islamica ha prodotto 3,56 milioni di barili al giorno, il massimo dal novembre 2011 e l'export è aumentato a 2 milioni di barili al giorno, poco meno del livello toccato prima dell'introduzione delle sanzioni. Il maggior acquirente è stata la Cina con più di 800mila barili al giorno, stando a dati Iea: per farvi capire l'impatto reale di Teheran sul mercato, vi basti pensare che solo un anno fa esatto l'output iraniano era di 700mila barili in meno al giorno, a quota 2,8 milioni. Quindi, meno 740mila fuori Opec ma più 700mila dentro l'Opec. E se questo non bastasse, proprio ieri a gettare acqua sul fuoco rialzista, ci ha pensato anche il ministro russo dell'Energia, Alexander Novak, il quale ha dichiarato che «il surplus mondiale di petrolio resta a 1,5 milioni di barili al giorno e il mercato non potrà vedere un ribilanciamento prima di maggio-giugno 2017».