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SPY FINANZA/ Le mosse che contano per il prezzo del petrolio

Pubblicazione:martedì 17 maggio 2016

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E attenzione, perché la dinamica più importante sul mercato si sta dipanando dietro le quinte e vede affrontarsi proprio l'Iran contro il socio di maggioranza dell'Opec, ovvero quell'Arabia Saudita che, nonostante il deficit di budget, non intende perdere quote di mercato e sta producendo ai massimi storici. Proprio ieri, infatti, Teheran ha esteso lo sconto per i contratti di giugno per il greggio verso i clienti asiatici, solo quattro giorni dopo l'aumento del prezzo per lo stesso tipo di spedizioni da parte di Ryad. 

Il grafico a fondo pagina ci mostra come oggi il petrolio iraniano passi di mano con uno sconto di 0,30 dollari rispetto a quello saudita, il gap più ampio dal 2007. La mossa è chiara e ben motivata, perché se fino a poco tempo fa le raffinerie cinesi preferivano il light saudita perché presentava costi minori per essere processato, ora le tea pots operano tranquillamente anche su altri tipi di petrolio, a tutto beneficio di Teheran. Al contrario, Ryad ha giustificato il suo aumento con un atteso incremento della domanda. Difficile da interpretare, in realtà, visto che da qualche tempo l'Arabia manda segnali discordanti al mercato: prima la Casa reale ha annunciato un piano di riforme economiche epocale che ridurrà al minimo la dipendenza delle casse statali dalla produzione e dell'export di petrolio nei prossimi 14 anni ma, in contemporanea, il gigante petrolifero statale, Aramco, ha detto che continuerà ad aumentare la produzione, nonostante le non favorevoli condizioni di mercato. Schizofrenia o strategia? 

Davvero difficile dirlo quando c'è di mezzo l'Arabia Saudita, la quale nonostante il raffreddamento dei rapporti con gli Usa, non ultimo il caso delle 28 pagine del report sull'11 settembre che svelerebbero il sostegno di Ryad agli attentatori, ha bisogno di Washington nella lotta al comune nemico: nemmeno a dirlo, l'Iran. E con Hillary Clinton in corsa per la Casa Bianca, tutti ricorderanno come non più tardi dello scorso gennaio, la rappresentante democratica avesse chiesto nuove sanzioni contro Teheran per non meglio precisate violazioni del programma nucleare. 

Ora questo gioco al ribasso dell'Iran sull'export potrebbe irritare più d'uno dei partecipanti al mercato, ma lascia indifferente la Russia, la quale a marzo ha già superato proprio l'Arabia come primo esportatore verso la Cina. Alla luce di tutto questo, penso che quella saudita sia una strategia dettata da ragioni politiche. Ovvero, il fatto che prima o poi, l'Iran tornerà con qualche scusa nel mirino dei governi occidentali, arrivando a uno scontro frontale. A quel punto, se tutti continueranno a produrre, sarà ancora calo in area 35 dollari. Se però l'Iran fosse messo in condizioni di non nuocere, il rally potrebbe proseguire. Ma aumenterebbero di molto le tensioni nell'area e i rischi di conflitto, più o meno proxy, tra l'Iran e l'Arabia Saudita, già in guerra per procura in Yemen, dove guarda caso la scorsa settimana sono arrivati membri delle forze speciali dell'esercito statunitense. 

 



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