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SPY FINANZA/ Le mosse che contano per il prezzo del petrolio

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Non fatevi ingannare: il mondo non sta meglio a livello economico, né tantomeno la saturazione di petrolio presente sul mercato dal 2015 si sta rivelando meno invasiva di quanto sembrasse. Semplicemente, stiamo vivendo il combinato disposto di algoritmi che muovono il mercato dei futures in maniera completamente scollegata dai sottostanti dati macro e di attesa per una situazione mediorientale - Iraq, Libia Egitto - che presenta flashpoints molto importanti e capaci potenzialmente di generare shock rialzisti sul mercato. Vediamo qualche particolare. 

Ieri sono stati toccati i nuovi massimi dell'anno per il prezzo del petrolio, con le quotazioni spinte al rialzo - ufficialmente - dal rallentamento nell'attività di perforazione negli Usa, dall'aumento della capacità di raffinazione in Cina e da Goldman Sachs, chi altri se no, che ha alzato la stima sulla domanda di petrolio per quest'anno. Et voilà, il Brent ha toccato un massimo a quota 49 dollari al barile, muovendosi poi in area 48,65 dollari al barile (+1,7%), mentre il Wti ha raggiunto nell'intraday un top a 47,14 dollari al barile, stabilizzandosi poi attorno ai 47,07 dollari al barile (+1,8%). In particolare, gli analisti di Goldman Sachs hanno rivisto le loro stime sulla domanda di petrolio per quest'anno a 1,4 milioni di barili al giorno, in rialzo rispetto agli 1,2 milioni di barili stimati in precedenza: «Il processo di ribilanciamento è finalmente iniziato», osservano gli analisti della banca d'affari, precisando che «mentre nel corso del primo trimestre dell'anno sia l'offerta che la domanda hanno sorpreso al rialzo in maniera equivalente, è probabile che a maggio il mercato sia in deficit». 

Ma ecco il punto a mio avviso più importante. A detta di molti analisti, infatti, il mercato è stato aiutato anche dalle interruzioni dell'offerta nei Paesi Opec e dalla fine del periodo di manutenzione delle raffinerie, fattore quest'ultimo che sta facendo aumentare la domanda di petrolio: «Tuttavia ciò che è ancora più importante è che il sentiment sta migliorando in quanto il mercato vede una domanda globale stabile e segnali di una riduzione dell'offerta dei Paesi non-Opec», ha dichiarato Erasmo Rodriguez, Senior Equity Analyst, Energy and Utilities di Union Bancaire Privée citato da Cnbc. Di più: «Lo squilibrio si sta gradualmente aggiustando e il mercato potrebbe tornare in equilibrio nella seconda metà dell'anno. Noi stiamo rivedendo al rialzo le nostre previsioni sul prezzo del Brent a sei mesi da 40 a 45 dollari al barile. Inoltre, quest'anno la domanda globale è destinata a diminuire di circa 1,2 milioni di barili al giorno fino a un livello di 95,9 milioni di barili al giorno. I Paesi emergenti guideranno la domanda mondiale che invece sarà piatta nei Paesi Ocse, mentre rallenterà in Cina. La domanda dei Paesi non facenti parte dell'Ocse rimarrà stabile in Asia, Africa, Russia e nel Medio Oriente». E infine, «l'India, in termini di benzina, gasolio e bitume, sta sostituendo la Cina come la più forte locomotiva per la crescita della domanda globale. E negli Stati Uniti, nonostante un aumento significativo nella produttività degli impianti di trivellazione, 20% in 12 mesi, ci sono segnali che l'attesa diminuzione della produzione stia prendendo piede: è calata di 0,4 milioni di barili al giorno dal picco registrato a giugno 2015 e l'ammontare della produzione da parte degli impianti è diminuito di circa il 78% dai massimi riportati dal petrolio di scisto estratto nel 2014 dalle prime quattro aree di estrazione americane». 

Ora, questo grafico ci mostra come in effetti la dinamica della produzione shale americana sia in una fase delicatissima e potrebbe davvero conoscere una sorta di precipizio ma occorre tenere a mente un paio di particolari. 


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