BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Italia, il "disastro" coperto dalla promozione dell'Ue

Pubblicazione:giovedì 19 maggio 2016 - Ultimo aggiornamento:giovedì 19 maggio 2016, 6.25

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

E attenzione, perché l’Europa ha detto chiaramente al nostro governo di mantenere questo impegno prima di azzardarsi a disinnescare le clausole di salvaguardia che per il 2017 impongono aumenti dell’Iva per oltre 15 miliardi, pari allo 0,9% del Pil, a meno che non si trovino coperture alternative. Quali? Il governo, accarezzando gli unicorni, conta di sterilizzarne una parte, corrispondente allo 0,4% del Pil, proprio grazie al maggiore disavanzo, una differenza di 7 miliardi. Peccato che ne ballino comunque altri 8. E siccome colmare il divario deficit/Pil tra quello previsto dal governo (1,8%) e quello che risulta dalle ultime stime della Commissione costerà dunque almeno 2 miliardi, si arriva a un totale di almeno 10 miliardi di coperture da trovare. Insomma, al netto delle regalie per la campagna elettorale, non c’è poi così tanto da festeggiare. Ma si sa, la strategia è sempre quella di far guardare il dito e non la luna.

E proprio ieri ne abbiamo avuto un altro esempio, legato a uno dei tempi più sensibili per il governo, ovvero il nervo scoperto delle banche. Unicredit, infatti, potrebbe avere bisogno di un rafforzamento del capitale: allo studio o un aumento di capitale o delle dismissioni, operazioni queste che avverranno a prescindere dal possibile addio dell’ad Federico Ghizzoni. Motivo? I regolatori italiani e internazionali stanno infatti aumentando la pressione su Unicredit per il timore di un possibile “contagio” dell’incertezza dal nostro sistema bancario a quelli di Germania, Austria, Polonia ed Est Europa, dove la banca è leader.

La recente trimestrale, come già il piano industriale presentato a novembre, non hanno convinto analisti e mercato: il titolo ha perso il 40% in pochi mesi e le raccomandazioni di acquisto da parte delle banche sono sempre meno a causa del basso livello di capitale della banca, molto sotto la media dei competitor di Unicredit. E, in effetti, la tabella a fondo pagina preparata dal mio amico Paolo Rebuffo ci mostra plasticamente quale sia la situazione di ratio patrimoniale del gigante del credito: un rapporto tra patrimoni e rischio al 10,94% alla fine dello scorso anno, quasi da ultimo in classifica escludendo le banche già fallite e quelle in via di fallimento. Accidenti, Unicredit dovrebbe prendere esempio da Fineco, la quale come vedete nella tabella svetta con ratio patrimoniali solidissime, addirittura un 21,39% di rapporto tra patrimonio tangibile e rischi ponderati. Peccato che Fineco, pur godendo di autonomia patrimoniale, sia controllata proprio da Unicredit e c’è dell’altro: Fineco ha in pancia qualcosa come 11 miliardi di obbligazioni della capogruppo, ovvero proprio Unicredit, oltre il 60% degli attivi di bilancio. Il che implica che nonostante le eccellenti ratio patrimoniali, Fineco ha legato i propri destini a quelli di Unicredit. A doppio filo.

Perché nessun giornale ha fatto notare questo nesso? Magari azionisti e correntisti di questa banca potrebbero essere interessati dalla vicenda, prima di finire potenzialmente come i falcidiati di Banca Etruria e soci, voi che ne dite? E con la vicenda Veneto Banca tutta da risolvere, ecco che emerge un’altra criticità: Carige. La quale, nella sua trimestrale presentata pochi giorni fa, mostrava un crollo della raccolta da clientela, -14,3% anno su anno, e -8,5% a livello trimestrale. Perché? Lo dice la stessa banca: «La raccolta diretta da clientela (21,4 miliardi) registra una contrazione, sia in termini annui (-14,3%), sia trimestrali (-8,5%). La dinamica, in parte spiegata dalla componente institutional dei pct passivi (rispettivamente -1,6 e -0,3 miliardi nei due periodi), è stata determinata soprattutto dalla reazione della clientela privati e imprese agli effetti della crisi di quattro banche italiane nel novembre 2015 e all’introduzione del meccanismo del c.d. bail-in previsto dalla Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), a partire dal 1°gennaio 2016». Ovvero, la gente dopo il caso delle quattro banche salvate dal governo a spese dei contribuenti si è spaventata e sposta i soldi verso istituti percepiti come più solidi, di fatto dando vita a una spirale auto-alimentante di panico e sfiducia.

 


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
19/05/2016 - Occorre produrre ricchezza "in assoluto"! (Silvano Rucci)

Quando questo Paese Italia avrà una Economia solida ed autonoma, tanto da poter dire che il suo Popolo ha compreso il disastro e reagisce? A mio avviso il "motore" che traina un Paese è la produttività del proprio lavoro! Se il nostro Governo non promuove una Economia che produca ricchezza "in assoluto", attraverso il lavoro collettivo, la luce in fondo al tunnel resta solo un miraggio!