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SPY FINANZA/ Una nuova "minaccia" arriva dalla Cina

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Insomma, la politica di stimolo cinese garantirà altri 3-4 mesi di ripresa del mercato, ma i suoi effetti stanno già svanendo e il governo sta imponendo misure restrittive in campo immobiliare per evitare che la bolla già enorme nelle città dell'Est esploda del tutto. E i numeri fanno davvero spavento: la vendita di case nuove è salita del 64% a marzo su base annua, mentre i prezzi degli immobili sono saliti del 28% a Pechino, del 30% a Shanghai e del 63% nell'hub commerciale di Shenzhen. E non parliamo più di corsa speculativa solo nelle grandi città, quelle denominate di Tier 1, ma anche in quelle di Tier 2 come Hefei, dove si è registrato un +9% in un solo mese. Wei Yao di Societe Generale non ha dubbi: «Il mercato immobiliare è in fiamme, nel primo trimestre gli aumenti di credito totale hanno toccato i 7,5 triliardi di yuan, su del 58% su base annua. Non esistono leve politiche maggiori di questa iniezione di credito. Quanto sta accadendo mi ricorda una ripresa vecchio stile basata su investimenti legati al credito, un deja vu del pacchetto di stimolo da 4 triliardi del 2009. Peccato che le conseguenze di quello stimolo furono inflazione, bolle sugli assets ed eccesso di capacity. Non posso quindi che pensare che questa ripresa in atto avrà vita breve». A marzo la produzione di cemento è aumentata del 24% e gli investimenti infrastrutturali del 19%: insostenibile. Punto.

E non lo dico io, ma chi sul mercato cinese ci opera come Yang Zhao di Nomura, a detta del quale «l'edificio sta diventando sempre più pericolosamente instabile a causa proprio di questi continui boom del credito in modalità stop-and-go. I problemi strutturali e gli sbilanciamenti finanziari stanno peggiorando, penso che questa crescita alimentata dal debito non sia sostenibile». L'economia cinese sta andando verso l'estinzione del credito, visto che la ratio tra credito incrementale e produzione è calata da 5.0 a 2.3 nel 2008 e i prestiti stanno perdendo trazione, mentre la qualità degli investimenti sta crollando. Occorre stare attenti, perché la Cina sta avvicinandosi al punto massimo di guadagno di questo rally per la prima metà del 2016 e, come ricorda Vicky Fung, sempre di Nomura, «è meglio tenere un po' di denaro lontano dal tavolo». Anche perché nonostante gli stimoli al credito, ottenuti principalmente grazie a tagli netti dei requisiti di riserva delle banche, il tasso di default tra aziende private e a controllo statale è salito da inizio anno a 11, quando lo scorso anno se ne registrarono 17 nei dodici mesi e sono fallimenti di entità maggiore: basti pensare che China Railway Materials ha sospeso il suo trading su 2,6 miliardi di dollari di debito.

Ma non basta. Da inizio anno sono state cancellate o post-poste 241 emissioni obbligazionarie non sovrane, 120 delle quali solo ad aprile contro le 315 di tutto il 2015. Certo, al momento la situazione non pare allarmante, visto che da inizio aprile a oggi sono state compiute 709 emissioni per un controvalore di 1,04 triliardi di yuan, un tasso di collocamento dell'85%, ma se il mercato obbligazionario dovesse correggere in maniera netta, banche, brokers, industrali e utilities vedrebbero le loro finanze soffrire pesantemente, vista la loro enorme esposizione sul mercato dei bond. Per Capital Economics, tipicamente queste espansioni del credito hanno una durata di 6-9 mesi prima di scoppiare, quindi la crescita economica cinese cui stiamo assistendo potrebbe andare in rollover nel tardo autunno: ma si sa, storicamente, che i mercati azionari anticipano sempre le crisi creditizie.

Certo, finora la Cina ha fatto molte vittime eccellenti tra cui scommetteva contro di lei, soprattutto hedge funds che avevano scelto di shortare il Dragone attraverso dei proxy trading come il dollaro australiano o i futures sulle materie prime. Bruciati, come ad esempio lo European Fund di Crispin Odey, che da inizio anno ha già perso il 31%, ma il gioco non è certo concluso, né la guerra vinta del tutto.


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