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FINANZA E POLITICA/ Così la Germania è pronta a "farci fuori"

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Wolfgang Schauble (Infophoto)  Wolfgang Schauble (Infophoto)

Due anni fa la Fondazione Adenauer, il pensatoio del partito cristiano democratico, ha celebrato con un convegno i vent’anni di quella iniziativa, occasione solenne per riproporla. Moscovici intervenne apprezzandola, nella speranza di rilanciare l’ormai logoro se non proprio frantumato asse Parigi-Berlino. Ma in fondo la Francia ha sempre lamentato che l’allargamento dell’Unione avrebbe provocato una sua eccessiva diluizione: sia i post-gollisti, sia i socialisti su questo la pensano allo stesso modo.

Ma chi farà parte di questo club ristretto? I cinque paesi fondatori (quindi anche l’Italia)? E la Spagna e la Polonia? Perché lasciar fuori gli altri due grandi nazioni fondamentali per l’Europa? È facile prevedere che comincerà un braccio di ferro con un incrocio di interessi e di orgoglio nazionale tale da ostacolare se non proprio far saltare il progetto.

La discussione sul nuovo assetto dell’Unione europea darà occasione alla Germania di riproporre come discriminante fondamentale la questione del debito pubblico. Abbiamo visto che Jens Weidmann nel suo intervento all’ambasciata tedesca a Roma lo ha detto con apprezzabile franchezza. O l’Italia riduce davvero non solo il rapporto tra debito e prodotto lordo (che continua a crescere a quindici anni dall’introduzione dell’euro), ma anche lo stock arrivato al record di 2.200 e rotti miliardi, oppure è fuori. Il rischio è che, nel momento in cui torneranno ad aumentare i tassi di interesse di mercato (se la Fed manovra al rialzo questo potrà avvenire fin dall’estate), ricominci anche il balletto dello spread e l’Italia torni a essere un pericolo per l’intera area euro, come ha ammonito il presidente della Bundesbank.

Non è uno scenario futuribile, è il naturale corso delle cose, la dialettica politica che si farà sempre più aspra, Brexit o non Brexit. Dunque, celebriamo, stappiamo pure champagne per la flessibilità ritrovata, ma teniamo la testa fredda e i nervi saldi, perché occorre prepararsi a una prova difficile, forse la più difficile, che deciderà se l’Italia può uscire davvero dal girone dei perdenti.



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