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SPY FINANZA/ Bce e Grecia, i nuovi "aiutini" per la Germania

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Spesso e volentieri, quando c'è da giustificare qualcosa che non va in Europa si scarica la colpa sulla Germania, tacciandola di atteggiamento vessatorio nei confronti degli altri Stati membri, di fatto comparse utili soltanto al perseguimento del bene di Berlino. L'Italia, poi, è specialista nell'utilizzo di questa scusa, a destra come a sinistra. Il problema è che questo atteggiamento da cane d Pavlov porta con sé effetti collaterali sgradevoli, ad esempio il non rendersi conto di quando veramente la Germania sta pensando solo ai suoi interessi e quindi non agire di conseguenza, denunciando il fatto. 

Bene, l'accordo sulla Grecia raggiunto l'altro giorno dall'Eurogruppo è un chiaro esempio in tal senso, ma nessuno ha detto nulla, né i politici, né la stampa. Anzi, si è festeggiato come gonzi. Wolfgang Schauble, ancora una volta, li ha messi tutti nel sacco. Perché al netto del disinteresse riguardo la Grecia e i suoi cittadini, il ministro delle Finanze tedesco ha condotto il negoziato sul debito con un'unica priorità assoluta: evitare al suo governo di doversi ripresentare in Parlamento prima delle elezioni del 2017 per un voto su nuove misure a favore di Atene, una delle cause più impopolari presso l'opinione pubblica tedesca. Guarda caso, dalla trattativa europea è uscita la decisione di rimandare tutto al 2018 e solo "se necessario". Insomma, Atene è stata pagata con un bell'assegno post-datato dalla Germania, mentre il Fondo monetario internazionale, quello che chiedeva un taglio immediato del carico debitorio ellenico, rientrerà in gioco da subito, pur non avendo ottenuto nulla di quanto richiesto. O, almeno, non prima del 2018. 

E Schaeuble non si è limitato a portare a casa il risultato: ha nei fatti condotto lui la trattativa vera, che per una volta non aveva come controparte il governo greco, ma proprio il Fmi. Tutte le decisioni sono state concordate in dialoghi a tre fra lo stesso ministro tedesco, il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, allineato sulle posizioni della Germania anche per analoghi interessi elettorali, e il direttore del dipartimento europeo del Fmi e veterano della crisi greca, Poul Thomsen. È stato quest'ultimo a cedere su tutta linea: non solo la ristrutturazione del debito greco è stata rinviata al 2018, quando analisi interne del Fmi la ritenevano indispensabile subito, ma è l'impegno stesso nei confronti dell'accordo a non essere definibile in termini assoluti, visto che resta vincolato unicamente a un'eventuale necessità di Atene (e tutti sanno, fin da oggi, che quell'eventualità è invece certezza, parlano i numeri) e al riconoscimento di quanto Schaeuble ripeteva da settimane. Ovvero, è inutile e impossibile fare previsioni adesso su quel che accadrà nel 2018, alla fine del terzo programma di salvataggio. 

Insomma, la discussione sulla Grecia altro non è stata che la stipula di un'assicurazione sulla vita elettorale della Cdu. Ma è andata bene a tutti così, Fmi in testa. Ma come vi dico da giorni, finché non sarà scongiurato il Brexit il prossimo 23 giugno, l'Europa sarà mamma e non matrigna. Tanto che, in ossequio a questa politica della pantomima perenne, l'accordo di Bruxelles sul programma della Grecia potrebbe aprire la porta a una decisione da parte della Banca centrale europea: accettare nuovamente i titoli del debito greco come collaterale per le normali operazioni di finanziamento delle banche. Perché? Semplice, questo consentirebbe agli istituti greci di ridurre la dipendenza dalla liquidità di emergenza, più cara, fornita attraverso lo sportello Ela e quindi abbassare i propri costi di finanziamento e avviarsi a un ritorno verso la normalità. 


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