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FINANZA E POLITICA/ Referendum d'ottobre, la Germania vota sì

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Wolfgang Schauble (Infophoto)  Wolfgang Schauble (Infophoto)

Interessa, forse ancora di più, che il governo abbia la possibilità di far approvare rapidamente le leggi e di applicarle in tempi rapidi. Insomma, interessa quella che viene chiamata la governabilità e che, da parte dei seguaci del no, è diventata un’accusa di scarsa democrazia. L’efficacia, anzi l’efficienza nell’arte di governare viene trasformata in un disvalore, peggio, in un attentato alla rappresentatività, quindi alla democrazia tout court. Senza capire che il Paese dei mille campanili e delle diecimila rappresentanze è rimasto intrappolato nel gioco dei veti incrociati e non riesce mai a scegliere una rotta e a mantenerla per un periodo ragionevole di tempo.

Prendiamo il debito, il fardello che schiaccia l’intera società italiana, non solo la sua economia pubblica. Per ridurlo c’è bisogno di interventi decisi, forse addirittura di carattere eccezionale, che possono essere realizzati solo con un adeguato e duraturo consenso. Si tratta di operazioni di forte impatto, che diventano davvero efficaci se non sono una tantum, ma possono essere condotte per un numero sufficiente di anni, sempre allo stesso modo e guidate dalle stesse mani. Potremmo dire lo stesso anche per misure che aumentino la produttività o per le altre riforme delle quali il paese ha bisogno.

Ecco perché la Merkel vorrebbe la vittoria del sì. In caso contrario, infatti, lo scenario che si fanno le cancellerie europee è quello di una lunga fase di instabilità pre-elettorale, magari sotto un governo di emergenza, un esecutivo guidato da un uomo rassicurante, per esempio Pier Carlo Padoan, che goda la fiducia di Sergio Mattarella come di Jean-Claude Juncker e di Mario Draghi. Più che un governo del presidente, potremmo chiamarlo un governo dei presidenti. Se avesse la maggioranza sufficiente potrebbe tirare fino a gestire l’ultima fase della legislatura, se no potrebbe preparare le elezioni anticipate. In quale clima lo si può immaginare. È facile prevedere che sui mercati tornerebbe la tempesta, anche perché stiamo assistendo al lungo addio della politica monetaria facile.

La Federal Reserve ha già fatto capire che è pronta ad alzare i tassi d’interesse entro l’estate, i mercati si aspettano a giugno lo stesso mese in cui si saprà se la Gran Bretagna vuole lasciare o no l’Unione europea. Quindi, c’è da attendersi nuove turbolenze, più o meno forti a seconda se ci sarà o no la Brexit. Cosa farà Draghi? Sicuramente non seguirà la Fed, per lo meno non nell’immediato. Ma aumenterà la pressione tedesca su di lui, crescerà anche il ricatto economico ormai molto chiaro: o la Bce aumenta i tassi (salvando così Allianz e l’intero sistema bancario-assicurativo) oppure verrà imposto un limite del 30% nel possesso di titoli di stato da parte delle banche, il che vuol dire far saltare il sistema bancario italiano.

Come si vede, le posizioni fondamentali non sono cambiate. Se di flessibilità dobbiamo parlare, essa è tutta politica. Non è detto che sia un male, al contrario, possiamo approfittarne in modo proficuo e utilizzarla per fare le cose che sono necessarie, purché non la traduciamo nel solito teatrino che ha intossicato l’Italia.



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