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SPY FINANZA/ Le "scottature" pronte sui mercati

Per MAURO BOTTARELLI continuano a esserci segnali dell'arrivo di un'estate calda sui mercati a causa dei tanti fronti aperti, non solo quello relativo alla situazione della Cina

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Nel mio articolo di ieri mettevo in guardia dal rischio di un'estate calda sui mercati a causa dei tanti fronti aperti, uno su tutti la Cina. Bene, nel corso del fine settimana Bank of America-Merill Lynch ha confermato questo rischio e lo ha fatto segnalando il ritorno di un trend anormale sul cross valutario tra rand sudafricano e yen giapponese, divenuto negli anni un misterioso indicatore di instabilità globale, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina. Inoltre, l'indicatore Bull&Bear sempre di Bank of America è al massimo da 11 mesi, essendo salito da 0.1 di febbraio al 5.0 odierno: insomma, i proxy finanziari ci dicono che è questione di mesi. Pochi, oltretutto.

«Un'estate di shock è più che plausibile. Il rischio di un aumento dei tassi da parte della Fed in giugno, il rientro in gioco dei ribassisti, l'apprezzamento continuo dello yen nonostante l'operato della Bank of Japan, il mercato obbligazionario cinese, la manifattura Usa e il rischio Brexit sono tutti elementi che pesano e molto», scrive la banca d'affari nel suo report. Tanto più che Wall Street e Fed stanno continuando in un pericoloso gioco del gatto col topo, ovvero i rally rischiosi terminano quando le aspettative di aumento dei tassi sono imminenti e partono quando la Fed pospone queste stesse aspettative. Peccato che sul mercato si sostanzino tre rischi potenziali e continui, ovvero il rischio di redemption da parte degli hedge funds, la cosiddetta repressione finanziaria da parte delle Banche centrali e le tagliole regolatorie sui mercati. 

Direte voi, le crisi sono cicliche, ogni sette anni arrivano e poi se ne vanno. Vero, bisogna vedere però due cose: in che condizioni le si affronta quando arrivano e quante macerie lasciano alle loro spalle quando se ne vanno. Per capire in quali condizioni è il quadro macro-economico mondiale partiamo da due assunti, innegabili: primo, il debito mina la crescita; secondo, il mondo non è mai stato più indebitato di quanto sia oggi. Mai. Nella loro ricerca del 2010 Reinhart e Rogoff stabilirono che la crescita è di 1 punto percentuale più bassa sul lungo termine quando il debito sovrano è al 90% o più in rapporto al Pil di un Paese. Bene, guardate questa la tabella a fondo pagina e date un'occhiata a quanti Paesi hanno superato quella percentuale di ratio nel mondo. Oltretutto, quei livelli non includono i triliardi di dollari di debito privato (cresciuto a dismisura negli ultimi 5 anni), tanto più che in molte nazioni il debito è aumentato molto più velocemente del Pil: capite da soli che questo è un trend insostenibile, è come un'azienda che deve indebitarsi per una cifra superiore a quanto riesce a generare con il suo core business. 

Storicamente, poi, rapidi aumenti dei livelli di indebitamento risultano fatalmente in crisi finanziarie o prolungati rallentamenti della crescita globale. Prendiamo il caso degli Usa, la cui ratio debito/Pil del 104% non include i livelli spropositati di liabilities non finanziate, una montagna di debito che qualcuno stima potrebbe arrivare a 100 triliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Se così fosse, gli Stati Uniti per molti anni dovranno ritenere lo scenario più benigno un tasso di crescita annuale al massimo del 2%. Le politiche monetarie di stimolo, in teoria, avrebbero dovuto garantire alle aziende un finanziamento a basso costo per investimenti in progetti di capitale al fine di creare posti di lavoro e attivare crescita che si espandesse su base più ampia nell'economia reale.