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SPY FINANZA/ E ora l'Europa "si consegna" alla Turchia

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In opposizione a quel progetto, Mosca spinse per avere la propria rotta nel sud Europa, il cosiddetto South Stream Pipeline, che avrebbe spedito il gas russo dal Mar Nero alla Bulgaria. Ovviamente, i regolatori europei misero in campo tutto l'armamenario possibile per far deragliare il progetto, attaccandosi a violazioni della normativa sulla concorrenza come motivo ufficiale di diniego. Arrivò poi la crisi russo-ucraina e l'irrigidimento dei rapporti tra Mosca e Bruxelles, tanto che il Cremlino decise allora di portare avanti il progetto Turkish Stream, il quale avrebbe portato il gas russo in Europa attraverso la Turchia.

Il progetto, in realtà, è sempre stato più sulla carta che altro, tanto che quando i rapporti tra Mosca e Ankara arrivarono ai ferri corti per l'abbattimento del jet russo in Siria da parte della contraerea turca, moltissimi osservatori lo avevano già dato per morto, sia per i costi che avrebbe comportato, sia perché Putin non si fida - giustamente - di Erdogan. Oggi, invece, il dado è tratto: attraverso il progetto Tap, l'Europa mette nelle mani della pipeline turca Tanap la propria sicurezza energetica, di fatto tagliando fuori Mosca soltanto per fare contenta Washington. La quale, come anticipato, pur non avendo nulla da guadagnare dal progetto a livello energetico, si è congratulata: ormai, fare la guerra a Putin sembra l'unico sport mondiale e l'Europa, geniale come al solito, si accoda.

Quindi, non solo siamo ostaggio di Erdogan sulla questione migranti, ma anche a livello energetico e la questione non è rimandata a data da destinarsi, perché il progetto è partito e il 2020 è dietro l'angolo. Tanto più che Washington non permetterà cambi di direzione e Bruxelles, com'è noto, è completamente succube delle decisioni Usa. Come definire, altrimenti, il belato servile giunto dal G-7 di Ise-Shima terminato venerdì scorso, dove la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha detto che i sette grandi non hanno intenzione di revocare le sanzioni inflitte alla Russia per il suo coinvolgimento nel conflitto nell'Est dell'Ucraina? «Per me è troppo presto per dare il via libera», ha detto la Merkel, rispondendo alle domande dei giornalisti, per poi aggiungere che la precedente politica pro-sanzioni resterà in vigore: «Non c'è da aspettarsi alcun cambiamento di posizione dal G-7», ha affermato.

In precedenza, il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, aveva detto la sua sulla questione, sottolineando che il G-7 aveva bisogno di prendere «una posizione chiara e forte» sulla Russia per i suoi movimenti in Ucraina, oltre che sulla Cina per le sue controverse rivendicazioni sul Mar della Cina meridionale. «Il test sulla nostra credibilità al G-7 è la nostra abilità nel difendere i valori comuni che condividiamo - ha detto ai giornalisti in Giappone - e questo test sarà superato soltanto se prenderemo una posizione chiara e forte su ogni argomento delle nostre discussioni qui». Ma non basta, perché nel corso di una conferenza stampa post-meeting, il premier britannico David Cameron ha posto la pietra tombale sull'argomento: «Sulla Russia, il G.7 ha concordato l'importanza vitale del rinnovo delle sanzioni nel mese di giugno. L'Ucraina è vittima di un'aggressione effettuata con il sostegno russo. Non dobbiamo mai dimenticarci questo fatto. E per il G-7 è chiaro che le sanzioni esistenti devono rimanere in vigore finché non verranno pienamente attuati gli accordi di Minsk. Credo sia una decisione importante».

Quando uno nasce servo, difficilmente muore Spartaco. Complimenti, ora oltre ai migranti anche il gas: vogliamo offrire qualche altra arma strategica di ricatto a Erdogan? Ma si sa, il nemico è Putin. Come ci ha dimostrato la vicenda siriana...

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