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RCS/ Cairo-Bonomi, la partita è ancora aperta

Pubblicazione:martedì 31 maggio 2016

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Dargli da "reggere" Sai prima e Fondiaria poi equivaleva a tenersele in casa, agli ordini. E Cuccia, in nome della ragion di Stato, così voleva. Ai suoi occhi, nulla valevano le mille ragioni che - soprattutto dopo la condanna per corruzione nel caso Eni dell'interessato - avrebbero dovuto suggerirgli di cambiare "protetto". Con la morte di Cuccia e poi di Maranghi, però, e l'avvento al vertice di Mediobanca di quelli che Cesare Geronzi definì "i giovani vecchi", Ligresti strappò di mano le briglie e iniziò a gestire - anzi: a lasciar gestire - Fonsai in modo dissennato, conducendola sull'orlo del baratro. Fu allora che Mediobanca corse ai ripari, progettando la fusione con Unipol poi compiuta, che naturalmente i Ligresti osteggiavano, e da una posizione ancora di forza: perché senza il loro voto favorevole su alcuni passaggi cruciali della complicatissima operazione, tutto sarebbe stato più lento e difficile. 

Come convincere il coriaceo e vecchio ingegnere? Sottoscrivendogli una lista di richieste lunari, per lui stesso e per i suoi, e segretandola, salvo poi dire in Procura che quella firma era stata apposta per semplice "presa d'atto" e non a suggello di un impegno d'onore a far effettivamente ottenere ai Ligresti i vantaggi pretesi. Insomma, una mossa scaltra, nascosta al mercato perché c'era la riserva mentale di non dar seguito a quelle richieste assurde, che peraltro non sarebbe stato possibile alla sola Mediobanca assecondare... Eppure, nell'insieme, una bruttissima storia.

Certo, il pm Luigi Orsi, che al termine dell'istruttoria chiese l'archiviazione delle accuse contro il banchiere, annotò che Nagel "ha mostrato di voler rabbonire i suoi disperati (e per lui pericolosi) interlocutori. La firma su quel documento, compromettente sotto ogni aspetto, anche solo reputazionale per il caso che venisse a galla, pareva ed era in quel momento il male minore per addomesticare i Ligresti".

Insomma, un bel gesto forse no, ma utile. E segretabile. Per la ragion di Stato. Di quale Stato, resta da precisare. Reputazionalmente riprovevole? E chi se ne frega: e poi, di quale reputazione ha senso parlare oggi, in un mondo degli affari finanziari che ha rotto ogni argine di decenza, e non certo solo in Italia? Dunque, che Nagel cinque giorni prima della formalizzazione di un'Opa clamorosa a cui ha aderito non ne sapesse niente, non sembrerà logico a nessuno ma "ci sta". E per quanto la Consob rovisti negli uffici di Mediobanca, nulla troverà - c'è da scommetterci - di senso opposto: magari c'è un "papello" da qualche altra parte, nella cassaforte di un notaio o di una fiduciaria nelle Isole del Canale. Vallo a sapere.

E dunque? Dunque, il confronto tra le due offerte su Rcs, l'Opa di Bonomi contro l'Ops di Cairo, va avanti. O meglio: se arriva sul mercato così com'è, la gara è decisa da subito. Cairo offre la sua faccia, la sua credibilità di editore efficiente, e la sua carta azionaria. Bonomi offre soldi. Chi crede nella Rcs e vuol rimanerne socio, dovrebbe scegliere Cairo. Chi non si fida, dovrebbe preferire i soldi. L'optimum sarebbe se Cairo, magari accettando l'idea di diluirsi un poco, a regime, aggiungesse alla sua faccia e alla sua credibilità, un po' di soldi in più, magari dati da un co-investitore finanziario. Ma di questo, per ora, non si parla. Chissà che tra cinque giorni...



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