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RCS/ Cairo-Bonomi, la partita è ancora aperta

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Diciamocela tutta, se c'è una cosa che si può escludere è che un uomo prudente come Giuseppe Vegas, presidente della Consob, voglia - con l'aria che tira - fare un dispetto al governo ostacolando l'Opa con cui Andrea Bonomi, richiamato a gran voce da Mediobanca, Unipol, Della Valle e Pirelli, ha voluto contrastare l'invisa Ops di Urbano Cairo sul Corriere della Sera. Cairo, l'editore di Maurizio Crozza, col suo feroce tormentone anti-renziano del "signori miei!", declamato con tanto di dentoni finti e ditino alzato; l'editore di Giovanni Floris, col suo Ballarò carico di critiche al governo; dunque, l'editore oggi meno gradito a palazzo Chigi dopo Marco Travaglio non era tra i soggetti da favorire, per un uomo prudente come Vegas, come invece e di fatto sembra favorirlo il blitz dei "vigilanti" negli uffici di piazzetta Cuccia.

Se dunque da qualche giorno gli uomini della Consob hanno preso possesso di Mediobanca, per appurare come siano veramente andate le cose nella preparazione dell'Opa più smentita del secolo, prima che i fatti la confermassero; e se, aiutati dalla Guardia di Finanza pare che vogliano anche capire a cosa servono le tre holding create "ad hoc" da Andrea Bonomi in Lussemburgo per l'operazione: beh, è perché proprio non se ne può fare a meno. E poi perché, a rileggere le fasi della vicenda, c'è un po' di che restare perplessi.

Una settimana prima dell'Opa di Bonomi & C., Mediobanca - proprio su richiesta della Commissione - aveva formalmente precisato al mercato che avrebbe valutato eventuali proposte alternative per Rcs, ma soltanto in qualità di soggetto destinatario: dunque, passivo. Una settimana più tardi, l'Opa annunciata sembra rivelare, a un esame superficiale, un grado di preparazione condivisa tra l'offerente principale e i co-equipier difficilmente compatibile con un lasso di tempo così breve. Che in realtà almeno il capo di Mediobanca, Alberto Nagel, destabilizzato dalla mossa di Cairo, avesse già quantomeno un "sentore" dei propositi di Bonomi, ai quali in sede d'Opa ha così toto-corde aderito? Lui lo ha escluso, e c'è da credergli, per carità. Ma la Consob non si accontenta di credere. Vuole combattere, prima - semmai - di obbedire all'evidenza.

Due giorni più tardi di quella prima dichiarazione, peraltro, lo stesso Nagel aveva ribadito di non essere a conoscenza di operazioni in preparazione alternative all'Ops di Cairo, escludendo decisamente di volerne promuoverne una: "Non so dire se ci sono proposte alternative probabili", aveva dichiarato, "oggi c'è un'unica proposta sul tavolo di Cairo e questa va valutata. Se ne arriveranno altre le valuteremo con lo stesso tipo di approccio. Non siamo noi promotori. Non siamo un gruppo editoriale. Valutiamo quello che c'è man mano sul tavolo di concreto".

Quale "approccio"? L'approccio di chi si trova di fronte a un "prendere o lasciare" prospettatogli da un terzo. Nel caso dell'Opa Bonomi, in cinque giorni (cioè dopo l'ultima dichiarazione, vera e sincera fino a prova contraria) Mediobanca aveva avuto invece il tempo di prendere atto dell'iniziativa di Bonomi e convincersene fino al punto di aderirvi, come soggetto partecipante al riassetto e non meramente "destinatario".

Un po' strano, non è vero? È un'offerta lanciata da Bonomi all'insaputa di Mediobanca, come di uno Scajola qualsiasi: e non c'è da dubitarne, per quanto possa suonare strano, perché Nagel è uomo d'onore verso il mercato. Del resto, l'incidentino meramente mediatico di un certo "papello" lo conferma, con l'archiviazione a suo tempo disposta dal Gip di Milano. Qualche cultore lo ricorderà. Il gruppo Ligresti ancora controllava la Fonsai, l'enorme accrocchio assicurativo che nell'arco di vent'anni proprio Mediobanca - ma quando la gestivano Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi - aveva concentrato nelle mani del vecchio ingegnere di Paternò, sicura della sua assoluta obbedienza.


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