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SPY FINANZA/ Il "panico in Borsa" che serve a Draghi

Pubblicazione:sabato 7 maggio 2016

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Perché dico così? Lo ha fatto intendere indirettamente Mario Draghi martedì scorso, parlando al meeting annuale dell'Asian Development Bank. In risposta alle critiche tedesche rispetto ai tassi negativi che danneggerebbero risparmiatori e istituti di credito, il numero uno della Bce ha dato questa riposta: «Per cominciare, i risparmiatori possono guadagnare returns soddisfacenti diversificando i loro assets, anche quando i tassi di interesse sui depositi sono molto bassi. Per esempio, i cittadini statunitensi detengono circa un terzo del loro portafoglio di investimento in equities, questo in contrasto con italiani e francesi che ne detengono per un quinto e con i tedeschi che addirittura vedono i titoli pesare solo per un decimo del totale. In compenso, i cittadini tedeschi hanno circa il 40% dei loro assets in depositi e contanti e francesi e italiani circa il 30%, mentre gli statunitensi solo il 15%». 

Evidentemente a Francoforte non leggono i sondaggi Gallup, ma poco importa, la ratio è un'altra: perché il capo dell'Eurotower invita di fatto i risparmiatori a investire in equities in un momento nel quale tutti i segnalatori dimostrano che il mercato è in bolla e ogni possibile scostamento darebbe vita a un crollo? Perché da un lato deve negare la realtà, ovvero che quanto fatto dalle Banche centrali finora - Bce compresa - ha solo devastato i fondamentali del sistema e dall'altro deve preparare la scusa perfetta per seguire la strada giapponese: panico in Borsa, investitori disperati e quindi SuperMario deve entrare in azione comprando anche titoli, magari iniziando con gli Etf, direttamente sul mercato per sostenerlo e non farlo sprofondare.

Non ci credete? Guardate il grafico a fondo pagina, il quale ci mostra come la settimana scorsa la fuga di capitali da fondi azionari ed Etf negli Usa sia stata la più grande dal settembre 2015, quando la Cina aveva appena finito di crollare e stava svalutando: 16,9 miliardi di dollari contro 1,29 miliardi della settimana precedente. Ecco il "rally" che Draghi vuole farvi comprare. Ma a lui serve che le cose vadano così, per poter rendere onnivoro il suo bazooka. A quel punto, il rally sì sarebbe assicurato, ma non esisterebbe più il concetto stesso di libero mercato, perché sarebbe soltanto un luogo di scambio senza price discovery o fair value, dominato da Banche centrali che ingurgitano assets con fame onnivora. Sarebbe un'enorme Urss finanziaria: in America se ne stanno accorgendo, ancorché con lentezza. 

Iain Stewart, leader del team d'investimento multi-asset Bny Mellon Global Real Return Fund, la pensa così: «Potremmo essere diretti verso un modello di pianificazione simile a quello cinese, in cui le autorità monetarie sono costrette a farsi carico in prima persona di stimolare la crescita delle economie sottostanti e della domanda». Siamo quindi di fronte a un paradosso: «Per decenni gli economisti e gli studiosi hanno atteso il momento in cui la globalizzazione avrebbe indotto la Cina ad adottare un'allocazione dei capitali in stile Occidentale, guidata cioè dal libero mercato. Ma gli eventi hanno preso una piega insolita, e potrebbe verificarsi esattamente l'opposto». Questo perché «ormai viviamo in un mondo alla rovescia, generato dagli interventi sempre più invasivi delle autorità economiche e monetarie. Le politiche non convenzionali adottate negli ultimi anni potrebbero avere una conseguenza inattesa: indurre i governi a imprimere una direzione arbitraria ai flussi di credito privato nell'economia». 

E poi l'accusa finale: «Sin dai tempi della crisi finanziaria, si è fatto ricorso a politiche monetarie accomodanti e non ortodosse per generare ricchezza, stimolare le economie sottostanti, aumentare le aspettative sull'inflazione e normalizzare i tassi d'interesse. La realtà dei fatti dimostra che né i prezzi degli attivi, né tantomeno l'attività monetaria si sono normalizzati. I livelli di rischio sono rimasti alti, così come le valutazioni dei titoli finanziari, mentre l'economia reale (su base globale) continua a languire. Inoltre, quasi tutte le agenzie e le Banche centrali continuano a rivedere al ribasso le aspettative sulla crescita, l'inflazione e i tassi d'interesse». Qui, nella vecchia Europa, quando apriremo gli occhi? Come vedete, la debolezza indotta del dollaro sa dirci molto di più, se sappiamo ascoltarla. 

 



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