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FINANZA E POLITICA/ SI o NO, i danni del referendum d'ottobre

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In questa luce, il fatto che, dopo la Grecia, l’Italia continua a essere il fanalino di coda nell’Unione europea si spiega, almeno in parte, con la “distrazione” dai problemi economici strutturali provocata dall’infuocato dibattito istituzionale. La “distrazione” - non facciamoci illusioni - continuerà sia che vinca il SI, sia che abbia successo il NO nei mesi della campagna referendaria e in un paio di anni successivi, soprattutto se vince il SI - a ragione della necessità di apprendere le nuove “regole”. Inoltre, secondo i giuristi, il testo dei cambiamenti costituzionali soggetto a referendum ha numerosi punti poco chiari e controversi che saranno fonte di contenziosi alla Corte Costituzionale.

Tutto ciò comporterà anni di incertezza. L’incertezza - prima dei teorici dell’economica lo sanno i traders che operano in opzioni - è un bene pubblico, indivisibile e non rivale (come la sicurezza interna, la difesa internazionale, la giustizia, la democrazia). Al pari di altri beni pubblici schiude finestre di opportunità (positive o negative) a chi ne fa uso. Sovente sono relativamente pochi quelli che guadagnano (anche di grosso) dall’incertezza, mentre i più non sanno cogliere le finestre di opportunità che essa dischiude. Nel caso specifico del referendum costituzionale, l’incertezza comporterà fibrillazioni dei mercati finanziari nelle settimane precedenti le consultazioni; alcuni sapranno coglierne le opportunità, altri non saranno in grado e perderanno. Continuerà anche dopo la consultazione. Se vince il NO si aprirà una crisi di Governo, se il presidente del Consiglio mantiene la parola di lasciare la vita politica. Se vince il SI, si apre una lunga fase di ricorsi sul testo approvato. Comunque vada, ci rimetteranno l’Italia e gli italiani.

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