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SPY FINANZA/ Soros e la scommessa sul "tonfo" della Cina

George Soros (Infophoto) George Soros (Infophoto)

Ma c'è di peggio ma di confortante per le decisioni prese da Soros in fatto di investimenti. Nel suo nuovo report, infatti la Fathom Consulting avanza il dubbio che la Cina stia pesantemente alterando il dato della più critica metrica per la stabilità sociale, ovvero il tasso di disoccupazione, il quale sarebbe tre volte superiore a quello comunicato ufficialmente dagli enti governativi. Il grafico a fondo pagina ci mostra infatti come, stando a valutazioni della Fathom, l'indicatore della sotto-occupazione sia triplicato al 12,9% dal 2012, questo a dispetto del dato ufficiale, rimasto fisso al 4% per cinque anni di fila. Ed ecco la criticità: il rischio di tensioni sociali legate a un'ondata di nuovi disoccupati, nell'ordine di milioni, all'interno di un'economia deregolata. Ecco spiegato, ad esempio, perché la Cina ha recentemente ricominciato a indebitarsi, garantendo volumi spaventosi di credito all'economia: un indebolimento del mercato del lavoro che ha richiesto un immediato intervento al fine di cercare di stabilizzare la seconda economia del mondo e scongiurare sul nascere scioperi e proteste di massa. 

D'altronde, sono stati gli stessi leader del Partito comunista a sottolineare in continuazione il fatto che mantenere i tassi occupazionali stabili è la loro prima priorità e questo rende ancora più seri i dati della Fathom, visto che se i licenziamenti di massa già operati in molte aree del Paese ancora non si sono materializzati come dinamica strutturale, il numero di persone che non lavora a tempo pieno o con piena capacità è aumentato. La Cina, di fatto, ha un problema di disoccupazione nascosto dai dati ufficiali, altrimenti non si spiegherebbe l'inversione a U operata dalle autorità, finite sotto pressione e quindi tornate a più miti consigli, operando sulla leva del credito a pioggia. 

Non ci vuole un laureato in economia ad Harvard per capire che la Cina di oggi stia vivendo su una palese contraddizione strutturale, visto che i leader di quel Paese stanno contemporaneamente promettendo di tagliare l'eccesso di capacity produttiva nelle miniere di carbone e nelle acciaierie, ad esempio e di mantenere la crescita economica stabile al 6,5% quest'anno. Impossibile, di fatto e quindi ci ritroviamo a fare i conti con una realtà che vede vere e proprie fabbriche-zombie a controllo statale che vengono mantenute in vita dai governi locali soltanto per un motivo: evitare instabilità sociale a costo di gettare denaro in produzioni disfunzionali. 

Avete presente i lavori socialmente utili? Ecco, in Cina vanno oltre: fanno finanziare il business di aziende decotte dagli enti locali e chiedono ai lavoratori di lavorare metà del tempo normale e con paga dimezzata. Finora, il pannicello caldo ha retto, ma per quanto durerà? Insomma, la Cina trucca i dati e comincia ad avere un problema occupazionale. Tanto più che la compilazione del dato si basa su clamorose distonie, come quella che vede la cifra formarsi grazie alla registrazione dei lavoratori presso gli uffici dei governi locali per ottenere il sussidio di disoccupazione, peccato che questo dato non contempli qualcosa come 270 milioni di lavoratori migranti non cinesi, ma che nel Paese del Dragone ci vivono e lavorano. E se anche si va a prendere il dato disaggregato per città, il quale è visto come più accurato da alcuni analisti, appare poco credibile che negli ultimi tre anni non si sia mosso dalla percentuale del 5,1%.