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FINANZA/ Dalla Francia alla Cina i nuovi segnali di un disastro

Pubblicazione:domenica 12 giugno 2016

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La situazione sociale ed economica in Francia sta diventando esplosiva. Lo scontro sulla contestatissima legge sul lavoro, una specie di Jobs Act in versione francese, è arrivato al punto di maggiore attrito. La Francia si sta davvero fermando. Dieci delle 19 centrali nucleari francesi in sciopero contro la riforma del lavoro hanno registrato un forte calo della produzione di energia elettrica, pari nel complesso a 5.000 megawatt, secondo dati diffusi dal sindacato francese Cgt. Un portavoce della rete elettrica francese Rte ha detto che lo sciopero per il momento non comporta grossi problemi di forniture di energia. Laurent Langlard, della Federazione miniere ed energia della Cgt, ha spiegato all’Agenzia France Presse che il calo produttivo è stato registrato negli impianti dove è stato possibile, perché molti impianti sono "non manovrabili", fermi o in manutenzione.

Insomma, la protesta in Francia esplode, in reazione a quella riforma del lavoro che la Germania ha realizzato nel 2003, per poter sottopagare milioni di tedeschi dell’Est e poter avere milioni di mini-jobs (lavoratori part-time pagati 480 euro al mese senza contributi, un disastro sociale per il futuro) e che da noi non ha portato alcun frutto (ovviamente), nonostante i proclami del Presidente del Consiglio Renzi, che nei giorni scorsi è riuscito a vantarsi nonostante il tasso di disoccupazione sia leggermente cresciuto (da 11,4% a 11,7%). “Ma il numero di inattivi è calato”: bene, Renzi ci informa che un numero maggiore di disoccupati inattivi ha iniziato a muoversi per cercare lavoro (magari fidandosi dei proclami del governo sulla prossima crescita e uscita dalla crisi), ma, non avendo trovato lavoro, ha fatto crescere il numero dei disoccupati. Bel risultato!

Intanto le banche italiane continuano ad andare verso il baratro, inevitabilmente. Da quando è iniziata la crisi, lo Stato e le imprese hanno iniziato a tagliare le spese e non prendere a prestito, per evitare il collasso da debiti. Ma questo è l’assurdo del sistema attuale: i nostri debiti sono crediti per il sistema bancario, sono attivi; al contrario i nostri depositi sono loro passivi. Se rimangono solo i depositi e in qualche modo miracoloso ripaghiamo tutti i debiti, il sistema bancario fallisce immediatamente, poiché rimangono solo i deposti, che per loro sono passivi di bilancio. Quindi nel bilancio del sistema bancario rimangono solo i passivi e spariscono gli attivi.

In ogni caso in questo momento particolare c’è il dato evidente della sofferenza grave di tanti istituti veneti: i due casi più grossi sono quelli di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, che hanno polverizzato i risparmi di una vita di tanti cittadini veneti. Ma questo è pure il caso emblematico dell’incapacità del sistema bancario italiano di sostenere se stesso, nel caso di una crisi grave accentuata da comportamenti probabilmente truffaldini.

In questo caso è stato creato il Fondo Atlante, per intervenire ed evitare il fallimento completo e le procedure di bail-in. Il fondo è stato dotato di una somma non irrilevante, ma comunque largamente insufficiente rispetto alla gravità della situazione. In poche parole, dopo l’intervento con la Popolare di Vicenza, il Fondo avrà quasi esaurito la propria disponibilità, nonostante l’acquisto di azioni a un prezzo irrisorio (0,1 euro ad azione, o forse meno).


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