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Banche / UniCredit, un gioco del cerino da 27 miliardi

Pubblicazione:lunedì 13 giugno 2016 - Ultimo aggiornamento:lunedì 13 giugno 2016, 16.29

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UNICREDIT: IL CASO. Il gergo anglosassone - fra politica e affari - lo chiama blame game: il gioco delle accuse reciproche, dello scaricabarile, "del cerino". Un gioco tipicamente pesante, "sporco", se di mezzo non ci sono le strilla di portinaie e ragazzini per un vetro rotto da una pallonata. Di mezzo, attorno a UniCredit, primo gruppo bancario italiano e unico paneuropeo, ci sono invece 27 miliardi di euro: tanto ha Borsa ha bruciato nella capitalizzazione negli ultimi undici mesi. Un "taglio di capelli" che sfiora ormai i due terzi, dopo gli ennesimi tonfi della scorsa settimana. Venerdì l'ennesimo ruzzolone (-6,3%) a 2,38 euro: il minimo storico dall'ultima ricapitalizzazione (inizio 2012).

UNICREDIT: IL PROBLEMA. Aumento di capitale. Ecco "l'accusa" principale che i mercati muovono da tempo a UniCredit: quella di essersi chiuso nell'angolo della necessità di chiedere agli azionisti nuovo patrimonio (da 5 a 9 miliardi è la "forchetta" delle stime, ma non ne mancano di più preoccupate). "I nostri coefficienti patrimoniali sono a posto", ha ripetuto pochi giorni fa in un'intervista il presidente Giuseppe Vita. Nei fatti lo sono al limite inferiore dei parametri fissati dalla Bce: per di più UniCredit è l'unica banca italiana inserita fra le cosiddette global Sifi, le banche "a rischio sistemico, troppo grandi per fallire". Su di esse la nuove supervisione europea - di concerto con Fmi e altre authority internazionali - ha stabilito parametri rinforzati. Altri giganti - in Europa primo fra tutti lo spagnolo Bbva - hanno consapevolmente scelto di ridurre la loro scala per vedere attenuati i vincoli patrimoniali "Sifi". Ma Vita ha chiuso a revisioni strategiche: "La vocazione di UniCredit resta paneuropea e non cambiera neppure con l'arrivo del nuovo amministratore delegato".

UNICREDIT: LO SCENARIO. La scelta di sostituire Federico Ghizzoni, maturata in termini molto faticosi all'interno del cda lo scorso 20 maggio, è il segno plastico del duro blame game in corso in piazza Gae Aulenti. Ghizzoni è dimissionario, ma ancora formalmente in carica. Il presidente - non escludendo che Ad uscente e consiglio possano assumere decisioni rilevanti anche prima della nomina del nuovo Ceo - ha manifestato dubbi neppure troppo velati sulla decisione di rimuovere Ghizzoni: decisione dietro le quali c'è comunque la robusta diatriba "da 27 miliardi", che ha colpito indistintamente tutti gli azionisti di UniCredit (da quelli rappresentati in cda come Al Aabar, Allianz o Fondazione Crt o gruppo Caltagirone), ai grandi istituzionali (come Blackrock o Fondazione Cariverona) e ai soci individuali. Ghizzoni è stato spinto verso la porta d'uscita dalla pressione di questi 27 miliardi e il nuovo Ceo - chiunque sarà e quando arriverà - avrà una sola mission, maledetta e subito: recuperare almeno in parte questa "bruciatura", al netto dell'aumento di capitale che ormai quasi più nessun analista considera inevitabile.

Non è più evitabile da quando UniCredit, a fine marzo, ha improvvisamente "rinculato" dall'impegno a garantire la ricapitalizzazione da 1,5 miliardi della Popolare di Vicenza. L'apocalisse più recente del sistema bancario italiano (che passa sotto il nome di fondo Atlante) è cominciata lì: dal soccorso "di sistema" che 67 fra banche, fondazioni e assicurazioni italiane (assieme a Cdp) hanno dovuto portare in fretta a Popolare Vicenza, perché UniCredit non è riuscito a "vendere" l'aumento della Popolare sui mercati e perché non era neppure in grado di accollarsi un largo inoptato (pena lo sforamento dei coefficienti patrimoniali di vigilanza).


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