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NO TASI DAY/ Così Renzi "fa peggio" di Berlusconi e Lauro

Pubblicazione:giovedì 16 giugno 2016 - Ultimo aggiornamento:venerdì 17 giugno 2016, 0.40

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Dichiariamolo subito: anche il sottoscritto, proprietario della casa in cui abita, come il 75% delle famiglie italiane, è ben lieto di non dover pagare, quest'anno, la Tasi, abolita da Renzi dopo che Monti l'aveva ripristinata cancellando un precedente provvedimento di Silvio Berlusconi. È deprimente però che lo stesso Renzi, nei panni del segretario del partito-guida della coalizione di governo, ritenga giusto celebrare questa "liberazione fiscale" a soli tre giorni da una tornata di ballottaggi amministrativi dove una serie di candidati maldestramente da lui scelti in varie grandi città come Roma, Napoli e Milano rischiano di perdere. 

È una mossa propagandistica di bassa lega. Che ricorda da vicino quel deprimente opuscolo sui gloriosi risultati del suo governo diffuso nel 2013 da Berlusconi, peraltro senza effetto. Purtroppo imitato - a quanto ha scritto Il Fatto, pubblicando, peraltro, le immagini di una copia-staffetta - dal medesimo Renzi. Il quale, nella sua ultima e-news, decanta il proprio operato, con accenti e toni del tutto simili a quelli del vecchio libretto berlusconiano e del suo, nuovo, se davvero lo pubblicherà: "Giovedì", ha scritto, "16 milioni di italiani non pagheranno la Tasi sulla prima casa. Come pure non pagheranno Imu e Irap agricola, vedranno finalmente lo sconto sull'Irap, non pagheranno l'Imu imbullonati. Una riduzione di tasse che non ha precedenti per qualità e intensità nella storia degli ultimi vent'anni. Per questi motivi il Partito Democratico scende in piazza incontrando i cittadini, mostrando concretamente i risultati di queste scelte". 

"Chi si loda, s'imbroda", dice il proverbio. E soprattutto: tanti auto-elogi dimostrano la percezione - questa sì, lucida, da parte di Renzi - che le gesta del governo, per utili che siano state almeno in alcuni casi, non sono percepite come tali dagli italiani. Perché? Perché gli 80 euro non sono serviti a rilanciare i consumi quanto si sarebbe sperato; l'abolizione della Tasi non ha rianimato il mercato immobiliare; i sacrosanti sconti sull'Irap e sull'Imu da pagare sui macchinari imbullonati a terra non hanno conquistato il cuore di tutti gli imprenditori. Non perché non siano utili: ma perché sono stati finanziati col deficit.

La pressione fiscale, ammesso che si sia ridotta, lo ha fatto impercettibilmente, e a costo dell'ulteriore aumento del debito, che ha costretto l'Italia a chiedere la flessibilità all'Unione europea rispetto ai parametri di Maastricht, ottenendola perché ancora di modesta portata, ma certo così non svettando per rigore finanziario. La spesa pubblica non scende, e il settore statale è ingestito, tanto da dover sopportare che l'invereconda dimenticanza del Jobs Act sull'intoccabilità degli statali disonesti venga oggi corretta come se fosse una prodezza e non, appunto, un tardivo ravvedimento. E anche i nuovi posti di lavoro, che pure il Jobs Act ha fatto nascere, sono costati una decina di miliardi all'erario e, soprattutto, non sono realmente comparabili con quelli di "prima", perché quelli erano veramente "a tempo indeterminato", vigendo ancora l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, mentre questi non lo sono, perché gli assunti sono tutti licenziabili. 


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