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SPY FINANZA/ "L'inversione" più pericolosa della Brexit

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Per quanto nessun grande giornale o tg stia dando la notizia con la giusta enfasi, tanto c'è la scusa del Brexit, quanto sta accadendo al titolo di Stato tedesco dovrebbe essere accomunato allo sbarco dell'uomo sulla Luna, all'assassinio di Kennedy o John Lennon, l'11 settembre, insomma uno di quegli avvenimenti che ti fanno chiedere: dov'ero e cosa stavo facendo quando è successo? Già, tra qualche anno i più avveduti si chiederanno dov'erano quando per la prima volta in assoluto il Bund a 10 ha portato rendimento negativo. 

Per carità, viste le mosse della Bce era una probabilità attesa, ma resta il fatto che la data di martedì 14 giugno resterà nella storia: il grafico mette in prospettiva i movimenti del rendimento del decennale tedesco a partire da inizio del 1800, in modo da mettere la questione in prospettiva. Il tutto con la Banca centrale di riferimento che sta operando con obiettivo inflazionistico al 2%! E attenzione, perché questo altro grafico a fondo pagina ci mostra come dopo mesi di relativa calma, negli ultimi tre giorni il Global Financial Stress Index di Bank of America sia salito ai massimi dalla metà della crisi dei debiti sovrani dell'agosto 2011, un aumento del 90% in 72 ore per un indice che traccia rischio cross-market, domanda di protezione e flusso di investimenti. Non c'è affatto da stare tranquilli. 

E c'è anche una motivazione tecnica al riguardo, perché tra oggi e domani a Wall Street andranno in scadenza 1 triliardo di dollari di opzioni sull'indice Standard&Poor's 500, evento che potrebbe trasformarsi in catalizzatore della volatilità, finora bassissima rispetto allo stato di salute dei dati sottostanti. Giù lunedì, però, il Vix ha registrato una mossa rialzista molto netta e senza precedenti, non tale da provocare una sell-off ma sufficiente a far chiudere l'indice a -0,8%. Lo sbilanciamento gamma si è sostanziato finora sullo opzioni put, ma dopo la scadenza i clienti facilmente opereranno un roll sugli strike delle opzioni put al rialzo, mossa che è ampiamente a supporto di un balzo della volatilità. Inoltre, un rischio ulteriore potrebbe arrivare dal rallentamento dei buybacks operati dalle grandi aziende Usa, finora uno dei principali supporti - se non il principale - ai corsi delle equities statunitensi. 

A partire dal 2013 sono state riacquistate da corporations Usa qualcosa come 2mila miliardi di titoli, ma ora ibuybacks annunciati stanno rallentando in maniera preoccupante, visto che in base a una valutazione a 12 mesi, il loro volume è calato del 40%, un drenaggio di 250 miliardi di dollari. Parliamo di una possibile riduzione di 40 miliardi di dollari per trimestre di sostegno alle equities, quindi in caso di sell-off del mercato non si potrà più contare su uno dei cuscinetti rivelatisi finora più efficaci. E signori, stiamo parlando di un mercato che regge su fondamentali macro in base ai quali, stando all'ultima revisione operata dalla Bea, il Pil nominale Usa nel primo trimestre era a quota 18,23 triliardi di dollari, un aumento di soli 65 miliardi dal trimestre precedente e un misero +0,7% su base annua. 

Sapete però quanto credito è stato erogato - e, quindi, debito creato - dall'economia Usa per ottenere quel aumento del Pil? Qualcosa come 64,1 triliardi di dollari, un aumento di 645 miliardi dal trimestre precedente. In parole povere, nei primi tre mesi di quest'anno l'economia americana ha dovuto generare 10 dollari di nuovo debito per creare 1 dollaro di crescita economica. Avete idea di cosa può succedere in caso di improvvisa e netta inversione dei corsi azionari? Altro che Brexit. 

 



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