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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Italia, Spagna e Portogallo: chi lascerà per primo l'euro?

Al centro delle paure dei mercati finanziari, spiega MAURO BOTTARELLI, non c’è l’esito del voto in Gran Bretagna, ma la situazione di alcuni paesi dell’Eurozona

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Al netto della morte di Jo Cox, il referendum sul Brexit pone alcune questioni che stanno monopolizzando i media: economia, immigrazione, mancanza di trasparenza nei processi democratici, frustrazione dei cittadini nei confronti dell’Ue e dei propri governi nazionali. Tutto vero, peccato che al centro delle paure dei mercati finanziari non ci siano queste materie, ma ben altro, un qualcosa che politici e soprattutto banchieri conoscono molto bene: il debito. In particolar modo, i suoi tentacoli che si stanno dipanando su tutta l’Europa e il mondo. L’euro, in questo caso, è l’equivalente finanziario di una bomba atomica debitoria. 

Le banche europee sono infatti più grandi, più esposte alla leva e più indebitate di quelle statunitensi, anche se generalmente si pensa il contrario e questo significa avere un cuscinetto più piccolo per ammortizzare perdite inaspettate. Inoltre, questo settore così indebitato e fragile ha interconnessioni tali da non rendere quantificabili le liabilities cross-border dei vari istituti e Paesi: il tutto in un quadro che vede sì la Bce intenta a stimolare l’economia e l’inflazione, ma che vede altresì i governi nazionali incapaci di stampare moneta in caso di necessità per operare un back-stop diretto alle proprie banche, infatti ci si inventa pannicelli caldi come il Fondo Atlante. Oggi come oggi Italia e Spagna rappresentano per l’Ue una minaccia molto maggiore del Brexit e stanno trasportando il Continente verso pre-condizoni di debolezza sistemica che non si vedevano dai tempi del crollo Lehman. 

Per capire quanto sto cercando di spiegare, l’esempio della Grecia è calzante e ce lo mostra il primo grafico a fondo pagina: Atene dall’inizio della crisi ha patito fughe di capitali, bank run dei correntisti, controllo del capitale e ricapitalizzazioni forzate a prezzi folli. Bene, questo ha portato al fatto che il prezzo della National Bank of Greece, la prima del Paese, sia crollato del 99,99%, ovviamente polverizzando gli azionisti. E il secondo grafico ci mostra come chi detiene titoli di banche europee oggi farebbe meglio a guardarsi indietro e imparare dalle lezioni già impartite dalla storia. 

Paradossalmente, il voto che conta è quello italiano di ieri (al momento di spedire questo articolo le urne per i ballottaggi erano ancora aperte) e quello spagnolo di domenica prossima, non il referendum britannico di giovedì. Volete un esempio pratico? Ce lo offrono gli analisti di Berenberg, i quali hanno appena terminato un roadshow di due giorni focalizzato proprio sulle banche del nostro Paese di cui ha dato conto MilanoFinanza. Risultato? «Molte banche hanno anche evidenziato i progressi compiuti a livello di non performing loans con i flussi che continuano a scendere, ma lo stock di crediti deteriorati resta la nostra prima preoccupazione», affermano gli analisti di Berenberg, precisando che i Npl sono contabilizzati a 0,41 euro con un valore di mercato di soli 0,18-0,20 euro, «il che implica ulteriori svalutazioni per almeno 45 miliardi di euro per il sistema».