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Brexit / Referendum, i tre possibili "scenari" aperti per il futuro di Londra

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La risposta a questi quesiti passa per una visione del dopo su cui non solo non vi è identità di vedute tra i sostenitori del "leave party", ma neanche lo straccio di un dibattito. Semplificando, lo scenario in effetti può essere almeno triplice, con profonde implicazioni. 

La prima prospettiva è il transito della Gran Bretagna nello Spazio economico europeo (See) insieme a Norvegia, Liechtenstein e Islanda. È il cosiddetto modello "Norvegia". Se così fosse l'impatto di una Brexit sarebbe certamente meno traumatico (esistono proiezioni economiche al riguardo). L'Inghilterra continuerebbe a essere parte di un'area in cui sono assicurati i cardinali principi di libertà di circolazione delle merci, dei capitali, delle persone e dei servizi. L'accesso al mercato sarebbe garantito, il diritto di stabilimento delle società come delle persone salvo senza le implicazioni istituzionali e politiche dei trattati Ue. Non ci sarebbe una politica commerciale comune, oggi in capo a Bruxelles, ma la situazione, anche alla luce della trattativa condotta da Cameron e alle tante clausole di "opt out" di cui gode la Gran Bretagna non sarebbe lontana dall'attuale. 

Questo scenario viene dato però tra i più improbabili. Intanto perché una delle più potenti spinte della campagna per uscire deriva proprio dal voler controllare l'immigrazione intra-Ue e questa scelta implica appunto la libertà di circolazione. Poi perché, paradossalmente, per ottenere i vantaggi di mantenere lo sbocco al mercato Ue dei propri prodotti e servizi la Gran Bretagna dovrà, esattamente come prima, adeguarsi alla odiata normativa europea che appunto regola il mercato. Le battute sulle banane funzionano in campagna elettorale e l'eccesso di zelo di Bruxelles le merita, ma nessuno ha mai visto funzionare un mercato senza un processo di armonizzazione e regolamentazione che renda la competizione possibile e giusta. L'unica differenza in questa prospettiva sarebbe che la Gran Bretagna non potrebbe concorrere a plasmare queste regole, ma le verrebbero sostanzialmente imposte come accade appunto oggi alla Norvegia e agli altri paesi dello See. Si aggiunga che i membri See pagano, per godere dei benefici del mercato unico, sebbene in forme diverse, un contributo economico all'Europa che per la Norvegia è stato pari a 106 sterline pro capite , solo il 17% in meno rispetto contributo netto del Regno Unito di 128 sterline pro capite (dati disponibili del 2011). 

Subito dopo, quale evento meno traumatico in una scala di valori economica, viene il cosiddetto "modello Svizzero". Un bouquet di accordi bilaterali che consenta all'Inghilterra di costruirsi un Europa à la carte nei settori di interesse. In aree quali: la libera circolazione delle persone, le barriere non tariffarie, gli appalti pubblici, le assicurazioni, l'agricoltura, i trasporti aerei e terrestri, la prevenzione delle frodi e molte altre ancora la Svizzera e l'Ue hanno firmato accordi internazionali. Esistono attualmente circa 100 trattati bilaterali tra il paese elvetico e l'Unione (e già solo questo potrebbe dare un idea più realista della mole del lavoro successivo). Attraverso l'adesione all'Efta (European free trade agreement, di cui la Svizzera è parte con in paesi dello See da cui la stessa si affrancò con un referendum) e i trattati sulle barriere non tariffarie, la Svizzera ha raggiunto un buon livello di integrazione nel mercato unico non lontano da quello dei paesi See. 


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