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BREXIT/ Il "vaso di Pandora" sotto il referendum

Oggi è il giorno del referendum sulla Brexit. SABINO PACIOLLA ci aiuta a capire le ragioni che hanno portato al voto e le conseguenze che potrebbero esserci da domani

Angela Merkel e David Cameron (Infophoto) Angela Merkel e David Cameron (Infophoto)

Oggi nel Regno Unito si tiene il referendum Brexit con il quale i cittadini saranno chiamati a rispondere al seguente quesito: "Il Regno Unito deve restare nell'Unione europea o deve lasciare l'Unione europea?". Un quesito dagli effetti dirompenti per tutti noi sotto molti punti di vista, sia economici che politici. E che sia esplosivo, lo si è visto dalla fibrillazione dei "mercati" quando hanno via via preso coscienza dai risultati dei sondaggi che mostravano che l'opzione "uscire" prendeva sempre più quota, fino a superare, sia pur di poco, la risposta "restare". Ora, invece, i mercati si sono un po' acquietati, visto che il "restare" ha ripreso quota, soprattutto dopo l'omicidio della parlamentare Jo Cox. A ogni modo, siamo a un sostanziale pareggio. 

L'inquietudine dei mercati viene dalle seguenti domande che tutti i gestori, che amministrano capitali di terzi o propri, si pongono: il Brexit metterà a repentaglio l'intera Unione europea? Farà esplodere l'Euro? Chiederanno altre nazioni che attraversano un momento difficile, come la Spagna, la Grecia, e a suo modo anche l'Italia, il ritorno alla loro "vecchia" moneta nazionale? Cosa significherà questo per il mercato mondiale dei Bonds? Cosa significherà per gli investimenti già pianificati o effettuati nel Regno Unito? Si sposteranno verso altre nazioni? E in quali? E che effetti si avranno sull'occupazione? Come verranno impostati i nuovi rapporti tra il Regno Unito e l'Europa? Sarà come un matrimonio in frantumi dove "volano gli stracci" o sarà un quieto divorzio consensuale? Quali gli effetti dell'una o dell'altra opzione sull'ordinato svolgimento della vita economico-finanziaria del nostro continente? Come si vede, sono tutte domande di rilevantissimo peso.

Dicevamo un referendum dagli effetti dirompenti. Dal punto di vista economico, infatti, la maggior parte degli analisti, economisti, responsabili di organismi di ricerca o di enti pubblici sono dell'avviso che sarà il Regno Unito ad avere la peggio; ma gli effetti deleteri ricadranno anche su altre nazioni dell'Eurozona. Gli esiti del Brexit vedrebbero un deprezzamento della sterlina (che ha già toccato un -11%, per poi recuperare un po', cosa che preoccupa molto la Boe, cioè la Bank of England), che potrebbe comportare una forte riduzione dei prezzi, in particolare di quelli dell'immobiliare del sud del Regno Unito, che sperimenta oggi una sorta di "bolla", e a cui sono collegati parecchi mutui concessi dalle banche. E poiché anche le retribuzioni collegate al mondo dell'immobiliare sono cresciute notevolmente, i cittadini sono stati indotti a indebitarsi mediante l'utilizzo delle carte di credito, di crediti personali e finanziamenti contratti per acquistare un immobile per poi affittarlo. Per questo gli effetti del deprezzamento sarebbero recessivi; la disoccupazione aumenterebbe di circa il 2%, la borsa perderebbe una fetta del suo valore a causa delle caduta delle quotazioni delle banche; infine, la stessa stabilità delle banche sarebbe messa a rischio per perdite su crediti. 

Ricordiamo che l'Eurozona rappresenta il maggior partner commerciale del Regno Unito, verso la quale si rivolge il 50% delle transazioni commerciali e finanziarie di quest'ultimo. Bisogna, inoltre, tener conto che le transazioni finanziarie da e verso l'area continentale sarebbero fortemente rallentate dalla perdita del "passporting", cioè di quel meccanismo che consente di vendere da parte di banche, fondi, compagnie di assicurazione, qualsiasi prodotto finanziario, o istituire una filiale in uno qualsiasi dei 28 Stati dell'Ue. Perciò, dopo l'uscita del Regno Unito, una sua banca per poter vendere un prodotto in un altro Stato Ue, occorre che richieda una nuova autorizzazione. Un processo che potrebbe richiedere mesi o anni per completarsi. Per questo, la crisi da Brexit aggraverebbe il deficit del Conto Corrente della Bilancia dei Pagamenti del Regno Unito che è già allarmante (ora oltre il -5%), poiché oltre ogni standard internazionale di sostenibilità di lungo termine. L'Ocse, infine, considera gli effetti economici di una uscita dalla Unione europea come una "tassa" sui cittadini del Regno Unito. Una "tassa" inutile e negativa poiché senza contropartita positiva (per esempio, pago una tassa per costruire un ponte). Il Brexit si configurerebbe come un effetto simil-Lehamn Brothers del 2008, anche se in misura ridotta. 


COMMENTI
23/06/2016 - comunque.... (Eugenio Bravetti)

speriamo che in un modo o nell'altro questo euro e questa europa si sbricioli il prima possibile.....