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BANCHE/ Se lo "scudo" provoca corto-circuiti: in Borsa e allo sportello

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Hanno avuto certamente le loro ragioni il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco a fare filtrare il piano "scudo bancario" dopo i crolli in Borsa post-Brexit dell'intero segmento. E vi sono pochi dubbi che anche Mario Draghi, dalla sua plancia Bce, abbia gradito e forse probabilmente suggerito gli articoli "persuasivi" pubblicati domenica sulla prima pagina del Corriere della Sera e ieri su quella di Repubblica: per segnalare che erano pronte opportune reti di sicurezza attorno al sistema bancario italiano, all'ennesima prova di tenuta-fiducia sui mercati.

È vero anche che i mercati sembrano non aver prestato molto orecchio: tanto che ieri sera - dopo un'ennesima giornata scurissima per i bancari in Piazza Affari - il premier Matteo Renzi è tornato a ribadire il massimo allerta di tutte le autorità monetarie nazionali e ogni sforzo per dare "tranquillità". UniCredit in ogni caso è ai suoi minimi storici, dopo aver rotto tutte le soglie al ribasso. Intesa Sanpaolo è ai suoi valori più bassi da tre anni. Per non parlare di Mps, il malato cronico del settore e del listino.

Ancora una volta, spiace notarlo, si è creato un corto circuito: una banca che crolla in Borsa è una banca fallita. Non è la prima volta che accade, anzi. Nel 2008, dopo il crack Lehman le banche italiane andarono in picchiata: eppure allora erano fra le meno esposte ai rischi della finanza strutturata, che invece falcidiò Gran Bretagna e Olanda, Germania e Spagna. Nessun gruppo italiano andò in dissesto: neppure Mps che era già in forte difficoltà per l'acquisizione suicida di AntonVeneta. Neppure la ben più grave crisi del 2011 - l'attacco speculativo allo spread italiano - mise in ginocchio il sistema: anche se ovviamente i titoli i Borsa ne soffrirono moltissimo (principalmente per l'effetto-BTp). Nonostante uno stress test Eba tanto punitivo quanto discriminatorio, UniCredit riuscì tuttavia a raccogliere sul mercato 7,5 miliardi di nuovi capitali.

Nel 2016 - non c'è dubbio - le banche italiane sono molto più fiaccate: la lunga recessione indotta dall'euro-austerity ha caricato i bilanci di sofferenze e i tassi zero hanno inaridito i margini. Però, ancora una volta, il corto circuito è scattato: e così banche dalle cui azioni - non irragionevolmente - gli investitori si ritirano nella lunga prospettiva di redditi magri - sono ridiventate banche da cui è meglio andare a ritirare i propri quattrini.

Forse non c'era alternativa, ma forse non è sbandierando piani d'emergenza che si tutela la fiducia dei risparmiatori (nel senso di depositanti). Forse può servire ai diversi soggetti istituzionali interessati per proteggersi a futura memoria. Oppure - soprattutto a leggere l'editoriale di domenica di Francesco Giavazzi - vien quasi da pensare male: che l'intervento del fondo salva-stati in funzione salva-banche "secondo piani concordati con la Bce" sia in fondo più un auspicio che uno sforzo razionale di contrastare l'ondata di sfiducia. Che l'intervento commissariale dell'Europa in UniCredit o in Mps sia benvenuto per i circoli italiani di cui Giavazzi è tradizionale portavoce.



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