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Economia e Finanza

POSTE ITALIANE/ E gli altri "scampoli" di svendita di Stato

Il Governo ha approvato la cessione di un'altra quota di Poste Italiane. Questo perché, spiega SERGIO LUCIANO, non riesce a tenere fede agli impegni presi con l'Ue

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Si chiamava "Immobiliare Italia" e l'aveva inventata nel '91 Paolo Cirino Pomicino, andreottiano, allora ministro del Bilancio nell'ultimo governo del "Caf" (Craxi, Andreotti, Forlani). Venne costituita dal Tesoro con l'Imi e con un gruppetto di altre banche pubbliche, avrebbe dovuto raccogliere nel suo patrimonio la grande maggioranza del demanio immobiliare pubblico e venderlo ai privati. Non vendette un bel niente, e fu travolta dal crollo della Prima Repubblica.

L'Immobiliare Italia del 2016 e del governo Renzi si chiama Invimit, ma il Premier l'ha ereditata - con tutta la sua inefficienza, a dispetto delle professionalità che la guidano - dai governi precedenti. In teoria, il programma delle privatizzazioni vigente prevederebbe (ma ormai si può dire: avrebbe previsto) "introiti non inferiori a 500 milioni l'anno", e per quattro anni, dalle vendite di immobili demaniali. Tramite Invimit. In realtà, manco a parlarne. Non c'è domanda, sul mercato. I grandi investitori stranieri comprano, in Italia, solo le "perle" della nuova edilizia (tipo Porta Nuova a Milano, acquistato dall'emiro del Qatar), ma non certo vecchi catorci di caserme, ospedali dismessi, edifici farciti di amianto, privi di "varianti di scopo", per cui il pazzo che li comprasse dovrebbe poi mettersi in anticamere da sindaci e assessori per implorare, piagnucolando, di poterli trasformare in alberghi, centri commerciali o abitazioni… 

Nel 2013 Invimit ha stretto accordi - recita il suo bilancio - con Inps e Inail, teoricamente allo scopo di girare ai due enti un po' di immobili demaniali: con l'ovvio rischio di infliggere a enti previdenziali (che dovrebbero garantire l'ottimale investimento dei contributi pensionistici versati dai loro iscritti) immobilizzazioni fuori mercato, invendibili. Un modo per suscitare una domanda fittizia di investimenti immobiliari.

Invece l'offerta di metri quadrati è strabordante. La città più dinamica d'Italia nell'industria edilizia e immobiliare, Milano, è piena di quartieri nuovi e belli per metà invenduti. Quei 300 miliardi tra sofferenze e incagli bancari che frenano il credito in Italia sono in buona parte garantiti da immobili, che stanno andando sul mercato perché le banche tentano in questo modo di tappare qualche loro buco di bilancio, senza peraltro riuscirci. E insomma, il mercato immobiliare - che certa propaganda descrive in ripartenza - viaggia ancora su ritmi e prezzi pari alla metà del 2007. Cosa vuoi mai privatizzare, così?

E allora cos'altro sta facendo il governo? Sta correndo ai ripari. Per modo di dire. Vendendo scampoli. A cominciare dalla seconda tranche di Poste Italiane, il 29%, che potrebbe essere ceduta (questa sì, con una certa facilità) entro l'anno e che - oltretutto - farebbe cogliere al governo due piccioni con una fava: farebbe incassare 2,5 miliardi e alzerebbe il patrimonio della Cassa depositi e prestiti e quindi la sua collegata capacità di leva finanziaria: in modo che, qualora altre emergenze capitassero tipo quella delle quattro banche fallite che ne rendessero necessario l'intervento (una c'è già, in teoria, e si chiama Ilva), la Cassa potrebbe intervenire. 

È evidente che per le Poste, che collocano presso il pubblico attraverso i buoni postali i valori emessi dalla Cassa depositi e prestiti stessa, con cui sono convenzionate, restare totalmente e direttamente sotto il controllo della Cassa non è il massimo, perché in questo modo finiranno col dipendere dal loro principale cliente, ma una propaganda filogovernativa dipinge quest'anomalia come un'opportunità sinergica. E trascura le controindicazioni.